Convivium apre la settimana del clima con Land of Canaan e gli olivicoltori palestinesi. Con il Comune di Pollica e il Centro Studi Dieta Mediterranea portiamo nel confronto internazionale una domanda: quale futuro garantiamo a chi custodisce la terra e i suoi saperi?
Chi pianta un ulivo accetta di lavorare anche per un tempo che non vedrà. Chi ne raccoglie i frutti riceve qualcosa da mani che spesso non ha conosciuto. In questo passaggio fra generazioni c’è una delle ragioni più profonde per cui mi occupo di dieta mediterranea: la responsabilità di consegnare a qualcuno la possibilità di continuare.
La nostra settimana a New York comincia da qui. Dagli ulivi e dagli agricoltori palestinesi raccontati in Land of Canaan. Dalla terra, dal coraggio di averne cura, dalla pace necessaria perché quel lavoro possa avere un domani.
Abbiamo scelto di aprire Convivium con Seeds of Sovereignty: Food, Land & Heritage perché volevamo portare queste domande dentro la settimana del clima e il confronto che accompagna l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Con Future Food Institute, il Comune di Pollica, il Centro Studi Dieta Mediterranea “Angelo Vassallo”, COPx, Friends of the FAO Global Roadmap, gli Ambasciatori del Patto Europeo per il Clima, i membri del Club of Rome ed una grandissima famiglia di organizzazioni partner, amici e compagni di missione viviamo questi appuntamenti portando il nostro mondo: il cibo, l’educazione, le relazioni, il tempo del confronto.
Convivium nasce attorno a una tavola. Il convivio appartiene alla nostra cultura mediterranea: accogliere qualcuno significa fargli posto, condividere ciò che abbiamo e accettare che la sua storia entri nella nostra conversazione. Anche quando ci mette a disagio. Anche quando ci obbliga a rivedere una convinzione.
Land of Canaan, il documentario di Maggie Lemere, segue Nasser Abufarha e il lavoro con gli agricoltori della Cisgiordania occupata. La sinossi racconta la costruzione di una rete di commercio equo e la difesa di un ecosistema nel quale sopravvivono conoscenze ecologiche maturate e trasmesse nell’arco di millenni.

È questo il patrimonio che vorrei imparassimo a vedere insieme agli alberi. I saperi sulla terra, sull’acqua, sulle relazioni fra le colture; la capacità di osservare e correggere, di riconoscere un cambiamento e cercare una risposta. Ogni generazione riceve qualcosa e lo mette alla prova. La tradizione continua perché ci sono persone che se ne assumono il lavoro.
Quando quella continuità si interrompe, perdiamo anche possibilità di futuro. Una conoscenza agricola può scomparire se chi la possiede non riesce più a vivere del proprio mestiere, se i giovani non possono apprenderla, se diventa impossibile raggiungere il campo.
Il coraggio degli olivicoltori palestinesi va riconosciuto dentro queste condizioni concrete. Nel suo rapporto di settembre, OCHA documenta attacchi di coloni israeliani contro attività agricole e risorse idriche palestinesi e segnala ulivi maturi sradicati e distrutti a Silwad. Continuare a coltivare, in un simile contesto, significa difendere un sostentamento e la possibilità stessa di restare.
Mi interessa che quel coraggio non diventi un motivo per abituarci a quanto devono sopportare. Nessuno dovrebbe aver bisogno di essere eroico per raccogliere le olive. La voglia di pace deve trovare risposte nella protezione delle persone, nell’accesso alla terra e all’acqua, nella libertà di immaginare il raccolto successivo.
Anche l’economia ha una responsabilità. La rete di Canaan collega il lavoro agricolo al commercio equo: il suo valore va cercato nella possibilità di dare continuità al reddito e alla cura della terra. Un prezzo sostenibile per chi produce, relazioni commerciali affidabili e una prospettiva per i giovani incidono sulla sopravvivenza di un patrimonio. La sua notorietà, da sola, non basta.
Da Pollica abbiamo portato l’Olio di Peppe Cilento e della nostra cooperativa, le Alici di Menaica di Vittorio e Donatella, e i Grani di Edmondo, Luigia e Simona Soffritti, ma soprattutto portiamo questa consapevolezza, maturata nel lavoro condiviso con il Comune, il Centro Studi e Paideia Campus. Custodire la dieta mediterranea significa tenere insieme educazione, ricerca, agricoltura, pesca e vita della comunità. Significa domandarci se un ragazzo possa scegliere di restare, imparare un mestiere, trasformarlo con nuove conoscenze e costruirci una vita dignitosa.

Le condizioni del Cilento e quelle dei territori palestinesi sono profondamente diverse. Proprio il rispetto di questa differenza rende più seria la relazione: il valore che riconosciamo a chi custodisce la nostra terra ci impegna ad ascoltare chi custodisce la propria altrove.
Con noi, a New York, c’è questo Mediterraneo plurale. Secoli di scambi, lingue e culture differenti; un’eredità che continua a vivere attraverso il lavoro e le scelte delle comunità. Salvaguardarla richiede il coraggio di affrontare anche le sfide che non abbiamo ereditato, ma che saremo noi a lasciare a chi verrà dopo.
Quest’anno celebreremo per la prima volta la Giornata internazionale della dieta mediterranea, il 16 Novembre 2026, istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite. È un passaggio importante, al quale la FAO contribuirà sostenendone la celebrazione. Per noi deve diventare un’occasione per rendere più esigente il nostro impegno.
La FAO richiama infatti il valore delle diete legate ai territori, alle economie locali e alle risorse ambientali, e avverte dell’erosione di questo patrimonio. Il riconoscimento internazionale ci offre una possibilità: portare chi produce, insegna e amministra dentro una conversazione sulle condizioni che permettono a queste culture di continuare a nutrirci.
È anche la ragione per cui siamo qui. Attorno al cibo possiamo far incontrare esperienze che raramente siedono allo stesso tavolo. Possiamo discutere di decisioni e responsabilità partendo da un campo, da una famiglia, da una scuola. Il valore delle relazioni costruite a New York si misurerà in ciò che sapremo restituire ai territori: conoscenze utilizzabili, opportunità, impegni ai quali dare seguito.
Una tavola di pace comincia dall’ascolto, ma chiede di alzarsi con una responsabilità in più.
A chi coltiva un ulivo auguro di poterne raccogliere i frutti insieme ai propri figli. E ai figli, di poter scegliere di continuare. È a questa possibilità, così concreta e così fragile, che vorrei dedicassimo il nostro lavoro di questa settimana.
