La Terra chiamò. La responsabilità di rispondere.

Dalla prima uscita pubblica a Roma alla mobilitazione del 5 dicembre: le voci, le responsabilità e gli impegni per il clima, il cibo e il futuro dei nostri figli.

Il 23 ottobre, nella sede di Marevivo a Roma, con Riccardo Luna e ASviS abbiamo dato un nome e una voce pubblica a un’idea che fermentava da settimane. La Terra chiamò. Avevamo capito che era necessario unire le forze con chi ha a cuore questo pianeta, il nostro Paese e ciò che lasceremo ai nostri figli. Quel giorno abbiamo preso un impegno davanti agli altri: costruire una mobilitazione capace di rimettere il clima dentro le scelte che decidono la vita delle persone.

Il 5 dicembre saremo in Piazza del Popolo. A promuovere questa impresa siamo ASviS, Fondazione Symbola, Future Food Institute, Greenpeace Italia, Kyoto Club, Legambiente, Marevivo, Venice Climate Week e WWF Italia.

È una chiamata che coinvolge mondi, ecosistemi e comunità, animati dalla volontà condivisa di fare della cura della Terra una responsabilità condivisa e una priorità politica. Con noi ci sono i Green Heroes, Legacoop e altri ambasciatori del Patto europeo per il clima, e tante altre persone e realtà che si stanno connettendo. Ciascuno porta il proprio lavoro, le proprie comunità, la volontà di incidere sulle scelte che riguardano tutti.

Piano B, Postilla e Silverback sono con noi il motore e la voce di questa sfida. Anche dal loro lavoro dipende la capacità di trasformare un’intenzione condivisa in una mobilitazione che raggiunga le persone e le chiami a partecipare.

La conferenza stampa è stata la prima uscita pubblica di un lavoro comune. Adesso viene la parte più impegnativa: coinvolgere, ascoltare, costruire una piazza in cui le esperienze dei territori diventino richieste politiche.

CONVOCARE E COSTRUIRE

So quanto lavoro richieda far incontrare mondi che di solito si parlano poco. Negli anni, con il Future Food Institute e a Pollica, ho cercato le complementarità tra persone, competenze e territori. Il convivio, nel mio lavoro, comporta questa responsabilità: creare fiducia sufficiente perché da un incontro nascano impegni, e poi dare continuità a quegli impegni.

A Venezia abbiamo portato molto di questo lavoro. La nostra Climate Week è diventata un grande ritrovo, fatto anche di incontri e riunioni di grande valore, da cui sono nati progetti. Con Riccardo Luna questa capacità di costruire relazioni incontra una forza magnetica: l’intuizione, il coraggio delle grandi imprese, la capacità di trascinare e di dare alle idee una voce che arriva lontano. È nella complementarità di ciò che portiamo che riconosco la forza del nostro percorso.

Un anno fa, il 18 ottobre, ero a Lecce, a Conversazioni sul Futuro, insieme a Paolo Iabichino, al fianco di Riccardo per il calcio d’inizio del tour di Qualcosa è andato storto. Da lì avrebbe attraversato l’Italia, portando nelle scuole, nei teatri e nelle librerie una domanda sul futuro che avevamo immaginato e su quello che stavamo lasciando accadere.

Quel titolo mi torna in mente oggi anche parlando di clima. Qualcosa è andato storto anche perché, nella nostra ingenuità, superficialità e noncuranza, lo abbiamo permesso. Abbiamo delegato scelte che decidevano già il nostro futuro. Oggi non abbiamo più scuse. La consapevolezza deve diventare partecipazione, pressione politica, lavoro comune.

Quest’estate, a Pollica, avevamo ripercorso ciò che Venezia aveva reso possibile. Sentivamo il bisogno di raggiungere molte più persone. Riccardo ha dato forza a questa urgenza: portare il clima, e tutti noi, in una grande piazza, per far sentire che questa è una sfida di tutti. Il lavoro, cominciato a Venezia, continua a Roma.

ANNIBALE E IL RISCHIO DELLA FIDUCIA

Nel mio intervento ho voluto ricordare Annibale D’Elia, scomparso pochi giorni prima. In questi giorni di proteste, mentre si parla tanto del disagio dei giovani, penso al suo sguardo. Con Bollenti Spiriti, il programma pugliese nato nel 2005 dall’intuizione di Guglielmo Minervini, aveva saputo riconoscere in quell’inquietudine un’energia capace di cambiare le cose. E darle spazio, strumenti, fiducia.

Questo è uno dei punti che sento più critici del nostro tempo. Chiediamo ai ragazzi di avere speranza. Quanto potere siamo disposti a condividere perché possano fare qualcosa della propria vita e del mondo che erediteranno?

Anch’io ho figli adolescenti. Mi riguarda da vicino la distanza tra le parole con cui celebriamo i giovani e le possibilità che offriamo loro. Li abbiamo portati sui palchi, applauditi, definiti coraggiosi. La loro energia ci chiede di aprire luoghi, mettere a disposizione risorse, dare accesso alle decisioni. La fiducia si misura anche così: in ciò che rendiamo possibile agli altri.

Ripenso alla sua metafora delle persone lievito e delle persone farina. Ci leggo una responsabilità che sento anche mia: far incontrare chi mette in fermento le cose con chi dà alle idee consistenza, lavoro, continuità. Quanto talento sprechiamo lasciando queste energie separate. Annibale aveva saputo tradurre la fiducia nelle persone in politiche pubbliche, luoghi, possibilità concrete. È questa la lezione che porto con me: riconoscere un’energia comporta la responsabilità di darle spazio per agire. Anche la nostra piazza dovrà misurarsi con questo: con le persone che riuscirà a coinvolgere e con ciò che renderà possibile dopo.

Vorrei portarlo nella nostra piazza: prendere sul serio chi chiede futuro. Fare posto alle sue idee. Condividere la responsabilità di realizzarle. Perché la speranza diventa credibile quando senti che la tua presenza può cambiare qualcosa.

PROTEZIONE E SICUREZZA CLIMATICA

Riccardo ha dato alla mobilitazione una priorità precisa: proteggere le persone. La crisi climatica entra nelle vite in modo diseguale. Chi lavora all’aperto, chi abita in una casa inadatta al caldo, chi ha meno risorse per difendersi è più esposto. L’adattamento comincia da queste condizioni concrete e deve procedere insieme alla riduzione delle emissioni.

Raffaella Giugni, segretaria generale di Marevivo, ci ha richiamati a ciò che sfugge allo sguardo: il mare che si scalda, gli ecosistemi che si alterano, la vita marina che perdiamo. Il suo messaggio ci obbliga a riconoscere una dipendenza che tendiamo a dimenticare facilmente. La salute del mare riguarda il clima, la pesca, il lavoro delle comunità costiere e ciò che mangiamo.

Gaetano Benedetto, vicepresidente del WWF Italia, ha allargato questa prospettiva alla stabilità climatica sulla quale abbiamo costruito agricoltura, città ed economie. La sicurezza passa dalla possibilità di abitare un territorio, prevedere una stagione, raccogliere. È una responsabilità che deve entrare nei bilanci pubblici, negli investimenti e nelle scelte di sviluppo del Paese.

IL CIBO E I DIRITTI DI CHI CI NUTRE

È qui che porto il mio lavoro e la mia preoccupazione. Il clima arriva a tavola. Ci arriva attraverso i raccolti perduti, l’acqua che manca, i costi che aumentano, il lavoro che diventa insostenibile.

Siamo fortunati quando possiamo comprare ciò che ci serve e preparare un pasto buono e sano. Ci abituiamo a trovare il cibo. Spesso ne conosciamo il prezzo molto meglio delle persone, delle competenze e delle condizioni che lo hanno reso possibile. Questa abitudine rischia di rendere invisibile proprio chi ci tiene in vita.

Giulio Lo Iacono, segretario generale dell’ASviS, ha richiamato il legame tra ambiente, economia e giustizia sociale. Un raccolto perduto lo rende evidente: colpisce il reddito di un’azienda, il lavoro di una comunità, la disponibilità di un prodotto e la spesa di una famiglia. La fine del mese e il futuro del pianeta si incontrano già nelle nostre vite.

Mi colpiscono i panifici chiusi, gli agricoltori che non riescono più a sostenere il costo del raccolto. Chi produce cibo sta pagando due volte: prima perde raccolti per caldo, siccità e allagamenti, poi affronta costi energetici che possono rendere insostenibile anche raccogliere ciò che è rimasto. Nelle famiglie si rinuncia alla qualità della spesa. Una crisi che qualcuno continua a raccontare come lontana è diventata quotidiana.

Voglio che il valore degli agricoltori e dei pescatori sia riconosciuto prima che una nuova emergenza ci costringa ad accorgercene. Hanno diritto a redditi dignitosi, condizioni di lavoro sicure, strumenti per affrontare i rischi. Il loro sapere e la possibilità di trasmetterlo riguardano il futuro di tutti. La loro essenzialità esiste anche quando tutto funziona e abbiamo il privilegio di non doverci pensare.

Difendere il diritto al cibo significa difendere anche i diritti di chi lo produce. La transizione deve dare agli agricoltori strumenti, autonomia energetica e prospettive di reddito. Servono risorse per la prevenzione e l’adattamento delle aziende, tutela dell’acqua e del suolo, politiche per l’accesso al cibo sano, anche attraverso le mense scolastiche.

RESPONSABILITÀ E SOLUZIONI

Chi finanzia questa trasformazione? Alessandro Giannì, per Greenpeace Italia, ha posto una questione che non possiamo lasciare ai margini: applicare il principio “chi inquina paga”. Le aziende fossili devono contribuire al finanziamento della transizione e dell’adattamento. Il costo non può continuare a ricadere in modo sproporzionato su famiglie, lavoratori e territori che hanno meno risorse per proteggersi.

Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, ha portato un altro messaggio decisivo: le risposte esistono già. Rinnovabili, mobilità, economia circolare, innovazione nell’industria e nell’agricoltura hanno protagonisti, esperienze e risultati da rendere visibili. La piazza dovrà farli conoscere, perché quelle soluzioni possano essere adottate più rapidamente.

Letizia Magaldi, presidente di Kyoto Club, ha indicato la necessità di una politica industriale che accompagni questa diffusione. Sicurezza energetica, competitività, protezione delle famiglie e della produzione si incontrano nella possibilità concreta di investire e usare le tecnologie disponibili.

Nel comunicato di lancio, Ermete Realacci, presidente della Fondazione Symbola, richiama le imprese che investono nella trasformazione verde e costruiscono nuove opportunità. Il suo riferimento a un’economia più a misura d’uomo ci consegna un criterio: valutare la transizione attraverso il lavoro che sostiene, le vite che rende possibili, il valore che lascia ai territori.

POLLICA E LA RESPONSABILITÀ DEI TERRITORI

È a Pollica che queste domande, per me, diventano quotidiane. Quando ascolto Stefano Pisani parlare della responsabilità dei sindaci, riconosco il lavoro che condividiamo: discutere di scelte, di priorità, di ciò che una comunità deve poter fare per continuare a vivere nel proprio territorio. A Pollica il mare, l’agricoltura, l’educazione e la cultura del cibo entrano nelle stesse decisioni. È lì che continuo a mettere alla prova quello che porto nei confronti internazionali.

Stefano ha ricordato che chi amministra deve rispondere subito ai cittadini e preparare il territorio a ciò che verrà. Servono regole, risorse e una visione che vada oltre l’emergenza. Questo vale per i piccoli comuni, per le comunità costiere, per tanti territori del Sud: la capacità di adattarsi richiede condizioni concrete per agire.

Con Stefano condivido anche l’impegno di ambasciatori del Patto europeo per il clima. Inviteremo altri ambasciatori a partecipare con le proprie comunità. Con Future Food Institute, Venice Climate Week e i nostri Climate Shapers vogliamo coinvolgere giovani, produttori, ricercatori e territori in un lavoro che continui dopo il 5 dicembre.

GLI IMPEGNI DA CUI PARTIAMO

Al Governo e alle forze politiche rivolgiamo quattro richieste: riportare il clima in cima all’agenda politica, riconoscendolo come una questione di sicurezza del Paese; accelerare l’uscita dai combustibili fossili, lo sviluppo delle rinnovabili e la riduzione delle emissioni; proteggere territori, mare e persone attraverso l’adattamento; applicare il principio “chi inquina paga”, chiedendo alle aziende fossili di contribuire al finanziamento di questa trasformazione.

Il 5 dicembre è anche la Giornata mondiale del suolo e la Giornata internazionale del volontariato. La terra che chiediamo di proteggere è quella che ci nutre. Le persone che se ne prendono cura, e quelle che intervengono quando un territorio viene colpito, devono trovare ascolto e sostegno nelle scelte pubbliche.

Piazza del Popolo sarà aperta dalle 12.30 al tramonto, con testimonianze, scienza, esperienze, musica e cultura. La Comunità di Sant’Egidio e l’Unione Buddhista Italiana hanno già dato il proprio sostegno. Vogliamo allargare questa mobilitazione a chi sente che il futuro chiede una presa di responsabilità.

Per me amare la Terra significa assumermi questa responsabilità anche quando è faticoso. Riconoscere da chi dipendo, sostenere il lavoro che mi permette di nutrirmi, dare spazio a chi verrà dopo. Penso ai nostri figli e a quanto delle loro possibilità stiamo decidendo oggi. Voglio che possano abitare questo pianeta, coltivarlo, conoscerlo, costruirci la propria vita.

Il 23 ottobre abbiamo reso pubblico l’inizio di questa impresa. Il 5 dicembre dovremo darle la forza di una piazza. E dal giorno dopo servirà continuare a lavorare, perché gli impegni presi diventino decisioni. La Terra chiamò. Rispondere, adesso, ci riguarda.