Angelo Vassallo: memoria, responsabilità, speranza, e una piazza sul futuro

Un altro 5 settembre. Sono sedici anni che Pollica e Acciaroli si fermano per ricordare Angelo Vassallo.

Io continuo a non averti conosciuto, Angelo. Non ti ho vissuto. Eppure, anno dopo anno, ho la sensazione di conoscerti un po’ di più. Non attraverso le celebrazioni, le fotografie o i racconti ufficiali, ma osservando quello che continua a succedere qui. Le persone, le scelte, le battaglie quotidiane. E, soprattutto, i ragazzi che decidono di esserci.

A Pollica, al Paideia Campus, cerchiamo ogni giorno di tenere la memoria al lavoro. Non custodendola sotto vetro, non limitandoci a celebrare ciò che è stato, ma trasformandola in educazione, cura del territorio, responsabilità e futuro.

Quest’anno, però, abbiamo deciso di non farlo da soli.

Abbiamo invitato a Pollica “Ecosistema Futuro”, il percorso promosso da ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, nato dall’impulso di Enrico Giovannini per riportare il futuro — e soprattutto le nuove generazioni — nelle scelte del Paese. L’idea che ci unisce è semplice: non basta parlare dei giovani. E non basta neppure “ascoltarli”, se poi continuiamo a decidere tutto senza di loro. Dobbiamo costruire spazi in cui possano prendere la parola e, soprattutto, avere peso.

Da qui nasce un sogno che stiamo alimentando con perseveranza: fare di Pollica una “Palestra del Futuro” per i giovani delle aree interne italiane, a partire dal Cilento. Ragazzi che troppo spesso vivono territori che nei mesi estivi si trasformano in splendide cartoline, ma che il resto dell’anno vengono raccontati soltanto attraverso ciò che manca — lavoro, servizi, infrastrutture, opportunità — e che invece custodiscono risorse, conoscenze, relazioni e possibilità straordinarie.

Costruire insieme luoghi in cui esercitarci a pensare, disputare, ascoltare, scegliere e trasformare le idee in proposte, perché le voci di chi abita le aree interne possano incontrarsi, contaminarsi e arrivare fino all’Assemblea Nazionale sul Futuro.

Perché il diritto a restare comincia anche da qui: dal diritto a contare nelle decisioni sul futuro del luogo che si sceglie di abitare.

E così, il 5 settembre, ci siamo confrontati con loro partendo da una domanda tutt’altro che semplice: il bene comune deve avere la priorità sull’interesse individuale?

Era il tema della loro disputa, ma molto presto abbiamo capito che questa domanda riguardava tutti noi. Forse ancora di più chi, per scelta o per ruolo, decide di dedicare una parte della propria vita al bene comune.

Quanto del mio interesse personale sono disposto a mettere in gioco per prendermi cura di qualcosa che appartiene a tutti? Dove finisce il mio diritto e comincia la mia responsabilità? Quanto tempo, libertà, convenienza personale siamo davvero disposti a mettere in discussione per una comunità, un territorio, un’idea di futuro?

La disputa non nasce per caso. È il frutto del lavoro che portiamo avanti con “Amore per il Sapere”, l’associazione presieduta da Marco Ferrari, che da anni porta la pratica della disputa filosofica nelle scuole italiane. Marco ha accompagnato la costruzione di questa esperienza fin dall’inizio; con lui e con la professoressa Virginia Varriale, che ha lavorato con i ragazzi durante la giornata e accompagnato la disputa in piazza, abbiamo provato a portare un metodo nato nella scuola dentro uno spazio pubblico, politico nel senso più autentico del termine: uno spazio in cui esercitarsi a vivere bene insieme.

A raccogliere questa sfida sono stati Gaia Angrisani, Manuel Buonpane, Vincenzo Cimmino, Giuseppe Di Sorbo, Antonio Fattoruso, Gianluca Insero, Vittoria Laiacona, Vincenzo Nocerino, Salvatore Piscitelli, Tullio Marzio Sacchi, Raffaele Sichinolfi e Diego Tortorella: ragazzi arrivati da esperienze e territori diversi, che hanno scelto di esserci, confrontarsi e mettersi in gioco. Alcuni hanno poi portato la disputa in piazza, ma tutti hanno contribuito a costruirla durante una giornata intensa di confronto, domande e pensiero condiviso

Hanno cambiato prospettiva, costruito argomenti, ascoltato, fatto domande, messo alla prova le proprie convinzioni. Noi eravamo lì con loro. E forse, alla fine, sono stati loro a portare noi esattamente nel punto in cui avevamo bisogno di fermarci a riflettere.

Perché non esiste una risposta facile. Il bene comune non può diventare l’alibi per cancellare l’individuo, così come la libertà individuale non può diventare l’alibi per disinteressarsi degli altri. È proprio in questa tensione che vivono la politica, l’amministrazione e, in fondo, ogni comunità.

Alla fine le due squadre hanno fatto qualcosa che oggi appare quasi rivoluzionario: dopo aver sostenuto posizioni opposte, hanno riconosciuto la forza delle ragioni dell’altro. Nessun vincitore, nessuno sconfitto. Hanno trovato un punto d’incontro: il bene comune e l’interesse individuale non si cancellano a vicenda, ma devono imparare a convivere.

Sembra poco? A me sembra moltissimo.

Viviamo in un tempo che ci allena esattamente al contrario: reagire prima di comprendere, schierarci prima di conoscere, alzare la voce invece di approfondire, trasformare ogni divergenza in uno scontro. Siamo diventati bravissimi a cercare conferme e sempre meno capaci di sopportare la complessità.

Per questo imparare a stare nel conflitto senza trasformarlo in guerra è oggi una competenza democratica fondamentale.

Ma il momento più potente e profondo è arrivato prima della disputa, quando Stefano Pisani, il sindaco, si è seduto con i ragazzi e ha chiesto loro di non fare una cosa che, soprattutto in Italia, ci riesce benissimo: mettere su un piedistallo chi non c’è più e che invece, dovremmo continuare a sentire vicino.

Il Sindaco Stefano Pisani Incontra i Ragazzi della Disputa – Foto di Manuel Buonpane

Angelo, ha ricordato, era un sindaco. Come dovrebbe essere un vero Sindaco. Una persona giusta e meravigliosamente normale. Sbagliava, incontrava ostacoli, prendeva decisioni difficili, non raccoglieva sempre consenso. Non un supereroe.

Ed è proprio questo il punto.

Perché se trasformiamo chi ha avuto il coraggio di cambiare le cose in un eroe irraggiungibile, costruiamo l’alibi perfetto per non fare nulla: Lui era speciale,o cosa posso farci?

Se invece riconosciamo invece che si trattava di una persona normale, la questione diventa decisamente più scomoda: anche le persone normali possono scegliere di fare la cosa giusta. Possono decidere di cambiare ciò che non funziona. Con i propri limiti, le proprie paure, persino i propri errori.

Ed è forse questa la parte più potente dell’eredità di Angelo, che Pollica continua a custodire: non l’imitazione di un uomo, ma la continuità di una visione.

Sedici anni dopo quella visione non è rimasta ferma. È stata presa in carico, trasformata, aggiornata. La tutela del mare, la legalità, la cura del territorio, la Dieta Mediterranea, la capacità di connettere un piccolo comune del Cilento al mondo sono diventate scelte, politiche, progetti, lavoro quotidiano.

E qui c’è un’altra lezione che Pollica mi ha insegnato: il bene comune ha bisogno di manutenzione.

Stefano lo spiegava ai ragazzi con una semplicità quasi disarmante: puoi avere l’ambizione di riconnettere Pollica al mondo, puoi immaginare il campus internazionale più bello, ma poi devi pulire le strade, ascoltare le persone, affrontare i problemi, prendere decisioni. Devi tenere insieme la quotidianità e la visione del futuro.

Sembra banale. Non lo è affatto.

Dietro un territorio che prova a costruire il futuro c’è un lavoro enorme, ostinato e spesso invisibile. C’è chi ogni giorno tiene il filo, mentre intorno è molto più facile lamentarsi, delegare, criticare o aspettare che qualcun altro risolva il problema.

E forse per questo una frase di Stefano mi è rimasta particolarmente impressa:

«Non è diventata invincibile la persona. È diventata invincibile l’idea».

Questa frase, per me, racconta la differenza tra memoria ed eredità.

La memoria ci chiede di ricordare ciò che è stato. L’eredità ci chiede che cosa siamo disposti a farne.

Ed è qui che entra in gioco il tema del diritto a restare.

Non significa convincere i giovani a non partire. Anzi. Devono partire, se vogliono. Studiare, viaggiare, esplorare, conoscere il mondo, contaminarsi. Il problema nasce quando partire non è più una scelta, ma l’unica possibilità.

Il diritto a restare significa poter scegliere: restare, partire, tornare.

E per scegliere non basta creare qualche posto di lavoro. Servono servizi, scuola, salute, mobilità, cultura, legalità, fiducia, ambiente, connessioni. Ma serve anche qualcosa che dimentichiamo troppo spesso: poter partecipare alle decisioni che riguardano il proprio futuro.

Stefano ha provocato i ragazzi anche su questo: prima di convincervi che il futuro sia necessariamente a Milano o a New York, avete davvero guardato ciò che avete sotto casa? E soprattutto, ciò che vi accadrà domani non dipende soltanto da ciò che facciamo noi oggi. Dipende anche da ciò che voi sceglierete di fare.

Questa domanda riguarda profondamente anche me.

Per anni ho cercato il futuro lontano: San Francisco, Shanghai, Tokyo, Singapore. Poi sono arrivata a Pollica e ho capito che forse stavamo guardando il futuro soltanto da una parte.

Perché qui abbiamo qualcosa che nel mondo sta diventando terribilmente raro: radici.

Acqua, suolo, biodiversità, cibo, cultura, conoscenza, relazioni, comunità. Quello straordinario patrimonio che la Dieta Mediterranea ci insegna a leggere non come nostalgia del passato, ma come infrastruttura del futuro.

Per questo continuo a chiamare questi luoghi Terre Future. Non aree marginali da salvare, ma territori dai quali sperimentare nuovi modelli di prosperità e rigenerazione.

La sera, questa piccola palestra è scesa dal Castello fino alla piazza di Acciaroli. Ragazzi che non avevano ancora compiuto diciotto anni hanno preso la parola davanti alla comunità. Hanno disputato, ascoltato, vacillato, riconosciuto le ragioni dell’altro.

Alla fine della disputa, su una sedia lasciata vuota, è rimasta una parola: SPERANZA. Speranza di verità e giustizia per Angelo, certo. Ma anche la speranza che da questo piccolo luogo possa continuare a camminare qualcosa di più grande.

Poi, sul palco, quella parola si è unita alle altre. Cittadini, amici, persone che hanno condiviso pezzi di strada con Angelo hanno provato a raccontarne l’eredità attraverso sedici parole: mare, terra, bellezza, cura, rispetto, coraggio, scelta, legalità, servizio, politica, comunità, responsabilità, memoria, giovani, futuro, speranza.

Non un elenco. Quasi una grammatica del bene comune.

E tra quelle parole, in chiusura della serata, l’assessore Michele Guariglia ne ha consegnata una, carica di gratitudine, a Stefano, il sindaco: RESPONSABILITÀ.

5 settembre per Angelo Vassallo memoria, responsabilità e speranza

Mi è sembrata la parola giusta. Forse perché tiene insieme tutte le altre. Non c’è cura senza responsabilità. Non c’è servizio senza responsabilità. Non c’è politica — quella vera — senza responsabilità. E persino memoria e speranza rischiano di diventare esercizi retorici se non si traducono in responsabilità.

Ed era, in fondo, la stessa domanda che poche ore prima i ragazzi avevano messo al centro della loro disputa: quanto siamo davvero disposti a mettere in gioco del nostro interesse individuale per qualcosa che chiamiamo bene comune?

“Responsabilità” è questo. È ciò che trasforma un valore in una scelta, un’idea in un gesto, una memoria in qualcosa che continua a vivere.

È la responsabilità di chi amministra ogni giorno tenendo insieme un problema da risolvere e una visione da costruire. Di chi educa, di chi fa impresa, di chi custodisce il mare, di chi vede qualcosa che non funziona e decide di non aspettare sempre che sia qualcun altro a occuparsene.

Un anno fa scrivevo che una comunità si nutre di presenza, fiducia, servizio, fatica, ascolto, amore, coraggio, garbo e tempo.

Quest’anno, forse, ho capito ancora meglio che tutte queste parole hanno bisogno di una cosa per diventare concrete: responsabilità.

Angelo ha dato la sua risposta. Pollica continua a cercare la propria, ogni giorno, nella concretezza delle scelte.

Noi pensavamo di incontrare dei ragazzi per confrontarci con loro sul futuro. Forse sono stati loro a riportarci nel punto in cui avevamo bisogno di tornare: alla responsabilità delle nostre scelte.

Ciao Angelo.

Anche questo 5 settembre non ci siamo limitati a ricordare. Abbiamo rinnovato, con ancora più determinazione, la scelta di continuare.

Perché costruire resta infinitamente più difficile che distruggere. Ma continua ad essere l’unica cosa che vale davvero la pena fare.

E forse il modo più autentico per custodire un’eredità è proprio questo: fare in modo che continui a generare persone disposte a prendersi cura di ciò che hanno intorno.

Il futuro non si eredita. Si fa, e si impara ad abitarlo.