La città e il limite

Piazze e giovani nella promessa delle città e nella fatica di vivere insieme

Le piazze prendono parola

A Delhi, Neha Bora manifesta con una maglietta di One Piece: il teschio con il cappello di paglia, già apparso nelle proteste in Indonesia e Nepal. Un simbolo nato in Giappone permette a persone lontanissime, con rivendicazioni diverse, di riconoscersi.

Nelle cronache francesi del 17 e 24 ottobre, accanto agli scontri, ci sono ragazzi che danzano, abbracci, pasti condivisi, solidarietà. A Roma, le studentesse del Plinio raccontano di assemblee e scuole inaccessibili. A Bogotá, tamburi e balli accompagnano le richieste di studenti, comunità contadine, movimenti femministi e indigeni. 

Nello stesso ottobre, nel Sud Italia, autotrasportatori e agricoltori hanno protestato contro il caro carburanti, con il coinvolgimento della pesca e i panifici chiusi in Calabria, mentre i blocchi, in Campania, hanno ostacolato gli approvvigionamenti di cibo fresco, lasciando prodotti deperibili fermi e scaffali vuoti. È emersa la dipendenza quotidiana delle città da chi coltiva, pesca e trasporta ciò che mangiamo.

Le piazze rendono visibili fatiche vissute spesso in solitudine. Un affitto impossibile, una scuola senza docenti, che cade a pezzi, un futuro che sembra impossibile da immaginare. Incontrarsi permette di riconoscere una condizione comune e trovare le energie provare a cambiarla.

La promessa e la fatica di restare, e l’opportunità di andare

Il 31 ottobre, Giornata mondiale delle città, arriva dentro queste immagini. Il tema scelto dalle Nazioni Unite è “Regenerating the City: Adequate Housing for All”. Un’abitazione adeguata per tutti. UN-Habitat richiama anche la necessità di proteggere chi abita i quartieri dal rischio di esserne escluso quando vengono “riqualificati”.

Le città hanno promesso emancipazione: studiare, lavorare, amare con maggiore libertà, sottrarsi a destini già scritti. C’è anche l’opportunità di andare: fare esperienza altrove, incontrare altri mondi, magari tornare con uno sguardo diverso. La libertà di scegliere riguarda entrambe le direzioni. Oggi riuscire a restare può consumare tutte le energie portate per cominciare. Affitti, spostamenti, lavoro invadono il tempo. Le opportunità si moltiplicano insieme alla competizione e al senso di inadeguatezza. Possiamo incrociare centinaia di persone e sentire di non poter chiamare nessuno.

Sto leggendo The Lonely City di Olivia Laing e mi colpisce come, attraverso New York e le vite degli artisti, riesca a raccontare la solitudine nella sua dimensione intima e politica.

«La solitudine è un posto affollato»,

scrive. Penso alle nostre città: possiamo essere circondati da persone e sentirci invisibili. Essere riconosciuti, avere un luogo nel quale sentirsi accolti, poter prendere parola riguarda anche le condizioni della vita in comune.

Su lavialibera, Elena Ciccarello collega l’isolamento alla competizione e alla mancanza di tempo, distinguendo l’isolamento subito dalla solitudine cercata. Anche questo conta: una persona deve poter stare da sola in una piazza senza sentirsi esclusa o obbligata a socializzare.

Tra le tracce lasciate dalla residenza artistica «Un Mondo È Possibile» dell’Accademia c’è un manifesto a cui tengo in modo particolare:

«Per andare via, ci vuole coraggio. Per restare, ci vuole amore».

Mi piace che queste parole siano affidate allo spazio pubblico, dove ciascuno può riconoscervi una parte della propria storia. Parlano del desiderio di conoscere altro e dell’affetto per un luogo che continua a riguardarci. Una comunità dovrebbe saper accogliere chi parte, chi resta e chi torna, mantenendo aperti i legami e le possibilità.

UN MONDO (E') POSSIBILE - NUOVE TECNOLOGIE DELL'ARTE - ACCADEMIA BELLE ARTI, NAPOLI
PER ANDARE VIA CI VIOLE CORAGGIO. PER RESTARE CI VUOLE AMORE.

Bologna e la politica del portico

La piazza è, nell’immaginario collettivo, il luogo della comunità. Da bolognese penso subito a Piazza Maggiore, alla nostra amata e sofferta Piazza Verdi e all’affetto con cui Lucio Dalla canta le panchine di Piazza Grande, quasi fossero parte di uno spazio domestico. Ritrovo lì il senso dello spazio pubblico come luogo di appartenenza. Ma è il portico l’esercizio più radicale di questa idea: uno spazio privato aperto a tutti, la cui cura diventa anche una responsabilità verso la comunità. Già negli statuti del 1288 si prevedeva l’obbligo di costruirli dove ne ricorrevano le condizioni, affidandone la manutenzione ai proprietari. Proprietà privata, uso pubblico: un principio che continua a caratterizzare questi spazi. Sotto il portico passa anche chi non abita quel palazzo, chi non condivide le nostre idee politiche, chi non ci è simpatico, chi non ha nulla da comprare. L’accesso non richiede affinità né consenso. 

Anche Goethe, nel Viaggio in Italia, osservava quella libertà quotidiana di andare e venire al riparo dal sole e dalla pioggia. Una scelta di oltre sette secoli fa continua a rendere possibile l’incontro. Mi aiuta a riconoscere il peso politico del lavoro di chi immagina e progetta gli spazi e di chi amministra. 

Vale anche per una panchina, l’ombra, un bagno accessibile. Il caldo o una piazza occupata dai tavolini possono impedire di fermarsi o accogliere. L’accesso ha condizioni concrete: una città si rigenera quando le persone possono viverla, sentirsi parte della comunità e avere voce nel suo futuro.

La «humana communitas» e le nostre responsabilità

Questi pensieri e queste provocazioni continuano a pungolare il mio lavoro e a mettere alla prova le mie convinzioni. Con Future Food Institute, da New York a Tokyo, da Pollica a Bologna passando per Venezia, abbiamo immaginato e fatto nascere occasioni d’incontro attraverso il cibo, l’educazione, la multiculturalità, l’arte partecipata e la collaborazione intergenerazionale. Al centro c’è sempre stata la «humana communitas» che abita i luoghi.

A Paideia Campus, una nonna può diventare maestra e uno studente può imparare fuori dall’aula. Ma la bellezza che riconosciamo in un territorio può essere lontana dalle opportunità che vi trova un ragazzo desideroso di partire. Anche questo ci chiede di ascoltare.

Vale per le iniziative che animiamo: un luogo affollato non è sinonimo di vera partecipazione. La convivialità richiede presenza vera, qui e ora, attenzione a chi riesce a partecipare e a chi rende possibile l’incontro, cucinando, traducendo, accogliendo. Il suo valore politico deriva dal riconoscimento di queste persone e dalla possibilità di avere voce.

La gioia che spariglia le carte

Torno ai tamburi di Bogotá, ai ragazzi che danzano nelle stazioni francesi, a chi si scambia anelli e promesse, o a chi danza in tutù sulle punte davanti alla polizia in tenuta antissommosse. In queste cronache, la gioia è un’azione politica: aiuta a riconoscersi e a trovare il coraggio di esserci.

La repressione cerca di rendere pericoloso incontrarsi. Una piazza che canta mostra il desiderio di tornare; l’ironia incrina la soggezione, la grazia del ballo invita ad avvicinarsi e disinnesca l’ostilità. La gioia può essere rivoluzionaria e disarmante perché sottrae alla violenza la pretesa di governare anche le nostre emozioni. Mentre rivendica un’altra vita, comincia a farla intravedere.

Dopo Venice Climate Week, in “Make Waves”: il Miracolo Moderno del “Noi”, avevo scritto: «La gentilezza è coraggio». Ritrovo quel pensiero nelle piazze: la fermezza di una richiesta può convivere con la cura delle persone. Anche da questo dipende la forza di continuare insieme.

Il tempo di trovare posto

Un manga, un meme, una musica portano nello spazio pubblico parole che spesso non sappiamo ascoltare. Comprenderle richiede tempo e la disponibilità a rivedere le nostre priorità. Le proteste hanno ragioni diverse; stare nella stessa piazza significa anche imparare ad attraversare il disaccordo.

Novembre si apre in un clima di confronto politico acceso. Il 3 novembre gli Stati Uniti voteranno per le elezioni di metà mandato, con possibili ripercussioni ben oltre i loro confini.

Un esame di coscienza collettivo comincia anche da qui: prendere sul serio le voci delle piazze, ciò che raccontano dei costi, delle distanze, della fatica di vivere. La Giornata mondiale delle città ci lascia questa responsabilità. La fiducia e la partecipazione hanno bisogno di tempo e di risposte concrete.

Un ragazzo deve poter affacciarsi su una piazza e sentire che c’è posto anche per lui. Oggi si siede e ascolta. Domani torna con un’idea. Una città mantiene la propria promessa quando gli riconosce il diritto di esserci, senza chiedergli ogni volta di dimostrare di meritarlo.