Mediterranean Diet Intergovernmental Meeting - Emblematic Communities - Koroni 02/10/2026

Da Koroni a Pollica: la Dieta Mediterranea come “cura del vivere moderno”

Di ritorno da Koroni, una riflessione personale su Pollica, sulla Dieta Mediterranea non solo un patrimonio da custodire, ma una cura viva per il nostro tempo.

Sono di ritorno da Koroni e mi porto addosso una sensazione nitida: la Dieta Mediterranea, quando smette di essere retorica e torna ad essere vita, è una delle grammatiche politiche più potenti che abbiamo per attraversare questo tempo.

A Koroni, nel confronto annuale tra le Comunità Emblematiche UNESCO, ho visto ancora una volta quanto questo patrimonio sia fragile e insieme immenso. Fragile perché vive solo se continuano a vivere le condizioni che lo rendono possibile: i piccoli produttori, i pescatori, le sementi, i mercati locali, le mense scolastiche, le famiglie, i paesaggi, il mare, le comunità. Immenso perché dentro quelle condizioni c’è una visione del mondo che tiene insieme salute, cultura, agricoltura, educazione, biodiversità, socialità e pace.

In questi anni Pollica e il Centro Studi Dieta Mediterranea “Angelo Vassallo” mi hanno insegnato proprio questo: che un patrimonio immateriale non si custodisce mettendolo sotto vetro. Si custodisce servendolo. Facendolo respirare. Mettendolo alla prova del presente. Traducendolo in educazione, in politiche pubbliche, in formazione, in diplomazia, in esperienze reali capaci di cambiare il modo in cui viviamo.

Non ho mai vissuto il nostro lavoro a Pollica come un progetto. L’ho vissuto come un servizio.

Quando, negli anni della pandemia, abbiamo avviato il Paideia Campus, ci siamo candidati a prenderci cura del Castello dei Principi Capano e a supportare la segreteria del Centro Studi Dieta Mediterranea, non stavamo semplicemente immaginando un nuovo spazio. Stavamo entrando in una responsabilità. Quel Castello non poteva essere un contenitore di eventi. Doveva diventare un’infrastruttura civile: una casa di apprendimento, una palestra di umanità, un luogo in cui il patrimonio della Dieta Mediterranea potesse incontrare le grandi domande del nostro tempo.

E, da lì, non è nata soltanto una collaborazione. Ho capito che era anche la nostra missione,  una missione condivisa con il Comune di Pollica e con il Centro Studi. Abbiamo messo a disposizione l’ecosistema internazionale del Future Food Institute: università, ricercatori, innovatori, chef, scuole, istituzioni, comunità, reti multilaterali. Abbiamo provato a dare un piccolo contributo alla valorizzazione di un patrimonio enorme, pur sapendo che non ci appartiene. Appartiene alla comunità che lo vive, ai territori che lo generano, alle generazioni che lo riceveranno.

Per questo il lavoro più importante, spesso, è stato quello meno visibile: ascoltare, connettere, tradurre, accompagnare. Offrire supporto alla segreteria del Centro Studi, affiancare il Comune nei passaggi internazionali, aiutare la rete delle Comunità Emblematiche a riconoscersi non come sommatoria di territori, ma come un corpo vivo, capace di produrre visione e orientamento.

Questo ruolo di Pollica, però, non nasce con noi. È importante dirlo con chiarezza, perché sarebbe profondamente sbagliato raccontare questa storia come se qualcuno fosse arrivato da fuori per inventare una vocazione. Pollica aveva già nel suo DNA questo ruolo. Era già, per storia, comunità, paesaggio, leadership, memoria e pratica quotidiana, uno dei luoghi in cui la Dieta Mediterranea poteva parlare con maggiore autenticità al mondo. Noi siamo arrivati dopo, mettendo a disposizione strumenti, chiavi di lettura, reti e capacità di amplificazione per potenziare ciò che apparteneva già all’identità più viscerale di quella comunità.

Me lo hanno ricordato anche le parole di Stefano Pisani e i ricordi che ieri ha condiviso della prima volta in cui le Comunità Emblematiche si riunirono a Koroni, nel 2012. Fu un passaggio tutt’altro che scontato: in quell’occasione venne confermata e validata l’istituzione del Centro Studi Dieta Mediterranea “Angelo Vassallo” come organo di ricerca e servizio della rete delle Comunità Emblematiche. Non era un dettaglio amministrativo. Era il riconoscimento di una funzione naturale: Pollica non era chiamata soltanto a rappresentare l’Italia, ma anche a mettere a disposizione della rete un luogo, un metodo, una capacità di servizio.

Per questo, dieci anni dopo, quando le Comunità Emblematiche hanno chiesto a Pollica di assumere il coordinamento della rete e, poi, di strutturare un vero segretariato al servizio di tutti, quel passaggio non è arrivato dal nulla. Sembrava un compito tecnico, ma in realtà era la prosecuzione di una traiettoria già inscritta nella sua storia. Con il tempo, il Centro Studi è diventato sempre più un luogo di coordinamento condiviso, e noi abbiamo sentito tutta la responsabilità di quel passaggio: non come appropriazione di un ruolo, ma come servizio a una vocazione che la comunità aveva già dimostrato di possedere.

Ci siamo presi in carico, insieme, il compito di mettere a punto una bussola per i sistemi di salvaguardia e diffusione di questo patrimonio. Non una burocrazia della memoria, ma un’infrastruttura di futuro. Perché la Dieta Mediterranea ha già dimostrato, con il riconoscimento dell’UNESCO, di essere patrimonio immateriale dell’umanità. Ma oggi sta dimostrando qualcosa di ancora più grande: può rappresentare un sistema di valori universali, una risposta concreta alle crisi del nostro tempo.

Durante la pandemia, mentre il mondo era fermo, abbiamo cominciato a farla viaggiare. Con “Dieta Mediterranea nel mondo” abbiamo costruito un percorso virtuale insieme ad ambasciate, consolati, istituti italiani di cultura e reti internazionali. Da Tokyo a New York, da Madrid a Dubai, abbiamo incontrato chi, in diversi Paesi, lavora sui patrimoni immateriali legati alla gastronomia, all’agricoltura, alla salute, alla cultura. Portavamo la Dieta Mediterranea non come folklore italiano, ma come esempio di equilibrio tra ciò che è buono per l’uomo e ciò che è giusto per il pianeta.

È stato uno dei momenti in cui ho capito che Pollica, pur restando profondamente Pollica, poteva parlare al mondo. Perché non parlava di una ricetta. Parlava di valori e relazioni. Parlava di un modo di abitare i luoghi. Parlava di un’intelligenza antica e modernissima: quella che sa che il cibo non è mai solo cibo, ma paesaggio, lavoro, salute, linguaggio, cura, identità, giustizia.

Da allora abbiamo continuato a portare questa intuizione nei luoghi in cui si immagina il futuro: alle Nazioni Unite, nei programmi di gastrodiplomazia, nei bootcamp internazionali, nei percorsi con chef, ricercatori, giovani innovatori, amministratori, scuole e comunità. Abbiamo cercato di mostrare che la Dieta Mediterranea può essere uno strumento di formazione, di scoperta, di ricerca e, soprattutto, di cura.

Cura non in senso debole o sentimentale. Cura come responsabilità politica.

Perché se la Dieta Mediterranea è un patrimonio vivente, non possiamo ridurla a un logo, a una dieta prescrittiva, a una campagna commerciale o a un prodotto da esportare. Questo è l’errore più grande che possiamo fare: confondere il suo valore con la sua vendibilità. La Dieta Mediterranea non è un brand. È un patto sociale. È un sistema culturale che tiene insieme il diritto alla salute, l’accesso al cibo buono, la dignità del lavoro agricolo, la biodiversità, l’educazione dei bambini, la qualità dei mercati, la vitalità dei borghi, la tenuta delle comunità.

A Koroni tutto questo è emerso con forza. Le sette Comunità Emblematiche – Agros, Brač e Hvar, Chefchaouen, Koroni, Pollica-Cilento, Soria e Tavira – non sono comparse decorative di una storia già scritta. Sono laboratori viventi. Ognuna custodisce una parte del patrimonio, ma tutte insieme possono indicare una direzione politica.

Negli anni, altri Paesi hanno concentrato molta attenzione sulla ricerca medica legata alla Dieta Mediterranea, dimostrandone il valore per la salute e per la prevenzione. L’Italia, dentro questa grande squadra, ha occupato e può continuare a occupare un ruolo strategico diverso e complementare: quello dello studio antropologico, della lettura culturale, dell’infrastruttura giuridica a tutela delle comunità che l’hanno fatta vivere nei secoli. Penso al lavoro di studio e narrazione di Elisabetta Moro, capace di restituire profondità umana e culturale a questo patrimonio. Penso al grande contributo del professor Pier Luigi Petrillo, che ha lavorato perché il dossier UNESCO non fosse soltanto un atto di riconoscimento, ma diventasse una guida, un precedente, una bussola per tante altre comunità e per le politiche di salvaguardia del patrimonio immateriale.

Dai governi spagnolo e portoghese emergono esempi importanti: la capacità di collegare le pratiche delle Comunità Emblematiche alle politiche nazionali, dalle mense scolastiche allo sviluppo agricolo, dalla qualità degli alimenti all’educazione nelle aziende agricole, dalla tracciabilità alla prossimità. In Italia, invece, abbiamo ancora troppo spesso separato il racconto dalla norma, la celebrazione dalla politica, la cultura dalla governance. Abbiamo un patrimonio straordinario e non lo abbiamo ancora trasformato fino in fondo in architettura pubblica.

Eppure, proprio qui potremmo fare scuola.

Le mense scolastiche dovrebbero essere il primo luogo in cui la Dieta Mediterranea diventa diritto, educazione e giustizia alimentare. I mercati locali dovrebbero tornare ad essere infrastrutture di comunità, non soltanto spazi commerciali. Le politiche agricole dovrebbero riconoscere il valore dei piccoli produttori e dei custodi dei saperi. Le città dovrebbero interrogarsi sull’ambiente alimentare che costruiscono ogni giorno. Le scuole dovrebbero poter insegnare la biodiversità non come un capitolo di un libro, ma come un’esperienza quotidiana.

La Dieta Mediterranea può essere una politica pubblica. Anzi, deve diventarlo.

Per questo la prima Giornata Internazionale della Dieta Mediterranea rappresenta un passaggio storico. Va celebrata la visione della FAO, va celebrato il lavoro della diplomazia italiana, va celebrata la risoluzione delle Nazioni Unite che ha riconosciuto al mondo il valore universale di questo patrimonio. Ma soprattutto va colta l’occasione per fare un salto di qualità: non limitarci a raccontare cosa la Dieta Mediterranea è stata, ma decidere cosa può diventare.

Il riconoscimento della FAO alla Comunità di Pollica come Food Hero ha per me un significato profondissimo. Perché non premia l’azione di un singolo, di un grande chef, di un testimonial o di una narrazione costruita a tavolino. Riconosce una comunità che, nella sua autenticità, nella sua aderenza naturale a un modello di vita, continua a dimostrare ogni giorno che la Dieta Mediterranea esiste solo se esistono le persone che la praticano: pescatori, agricoltori, cuochi, famiglie, bambini, anziani, artigiani, ricercatori, amministratori, custodi.

È questa la forza di Pollica. Non essere perfetta. Essere vera.

Pollica non ha mai avuto bisogno di trasformare la Dieta Mediterranea in una maschera. L’ha vissuta. L’ha ereditata e l’ha reinventata. L’ha portata nel mare, negli orti, nelle scuole, nei mercati, nei festival, nei musei, nei programmi formativi, nei dialoghi internazionali. L’ha resa materia viva di amministrazione, educazione, diplomazia, ricerca, rigenerazione territoriale.

E noi, in questi anni, abbiamo avuto l’onore di servire questa rete. Di accompagnarla, di imparare da essa, di mettere a disposizione strumenti, relazioni, competenze, energia. A volte con fatica, a volte con errori, spesso con una complessità enorme da tenere insieme. Ma sempre con la convinzione che Pollica non fosse un luogo da raccontare da lontano, bensì un luogo da far vivere e da cui continuare a imparare.

Koroni mi ha restituito questa consapevolezza con ancora più forza. Lì ho visto quanto sia urgente passare dalla salvaguardia, intesa come protezione, a quella intesa come abilitazione. Salvare la Dieta Mediterranea significa salvare le condizioni che permettono alle comunità di viverla. Significa difendere il suolo, il mare, il lavoro, i mercati, le mense, i paesaggi, le relazioni tra generazioni. Significa riconoscere che il patrimonio non è ciò che diciamo di avere, ma ciò che siamo ancora capaci di praticare.

Ieri sera, addormentandomi, mi è capitata tra le mani un’intervista di Stefano Pisani di diciassette anni fa. Era ancora vicesindaco e si trovava a sostituire Angelo Vassallo durante una conferenza sulla Dieta Mediterranea. Con la stessa fermezza e lucidità che gli riconosco oggi, diceva una frase che mi è rimasta addosso:

“La Dieta Mediterranea è la nostra cura al vivere moderno”.

Quelle parole, dette allora, erano già vere. Oggi lo sono ancora di più.

Perché il vivere moderno ha prodotto abbondanza senza benessere, connessione senza comunità, velocità senza orientamento, cibo senza paesaggio, salute senza relazione. La Dieta Mediterranea, se la prendiamo sul serio, ci ricorda che non esiste salute umana senza salute degli ecosistemi, non esiste innovazione senza memoria, non esiste sviluppo senza giustizia, non esiste futuro senza comunità.

Da Koroni torno con gratitudine e con un senso di responsabilità ancora più grande. E guardo già a New York come alla prossima tappa naturale di questo cammino: un luogo in cui portare la Dieta Mediterranea non come nostalgia, non come vetrina, ma come proposta politica, culturale e civile per il mondo. Una tecnologia sociale antichissima e necessaria, una bussola per ridisegnare il modo in cui abitiamo i territori, cresciamo i bambini, nutriamo le città, costruiamo pace, facciamo politica.

Il nostro compito, ora, non è soltanto celebrarla meglio. È renderla possibile.

Ogni giorno. Nelle scuole, nei mercati, nei campi, nelle cucine, nei porti, nelle istituzioni, nelle comunità. Con la stessa lucidità di chi, diciassette anni fa, aveva già capito che lì non c’era solo un patrimonio da difendere, ma una cura da offrire al mondo.