Venice Food Week 2026

Che cosa difendiamo quando difendiamo il nostro cibo?

Riflessioni dalla prima giornata della Venice Food Week

Siamo a Venezia, dal 19 al 24 ottobre 2026, per la prima Venice Food Week, curata dal Food Lab dell’Università Iuav di Venezia, in collaborazione con Future Food Institute e CORILA. Una settimana che mette in relazione ricerca, istituzioni, imprese e comunità per contribuire alla costruzione di una Roadmap per una Politica Nazionale del Cibo. Dal 19 al 21 ottobre, il forum pubblico si sviluppa attraverso tre temi — Eating Together, Food for All, Feeding the Future — intrecciando patrimoni alimentari, equità, salute, Dieta Mediterranea, mense, agricoltura, pesca e politiche urbane. Dal 22 al 24 ottobre, il confronto prosegue con la XII Conferenza Internazionale AESOP Sustainable Food Planning, dedicata a “Strengthening the Values of Food in Times and Spaces of Fragility”: rafforzare i valori del cibo nei tempi e nei luoghi della fragilità. Studiosi, professionisti, attivisti e decisori pubblici provenienti da oltre 30 Paesi si incontrano con un’ambizione che sento profondamente mia: trasformare le conoscenze condivise in scelte pubbliche, progetti e possibilità concrete per i territori e per chi li abita.

Ieri, mentre ascoltavo gli interventi della prima giornata della Venice Food Week, continuavo a pensare a una responsabilità che sento ogni volta che organizziamo occasioni come questa: che cosa tornerà alle comunità di tutto ciò che ci stiamo dicendo? Quale decisione riusciremo a cambiare? Chi potrà riconoscere, nella propria vita, l’utilità del nostro lavoro?
È una domanda che mi accompagna da anni. A Pollica diventa molto concreta, perché le persone di cui discutiamo nelle conferenze hanno un nome, una famiglia, un campo da coltivare, una barca da portare in mare. E il futuro di un patrimonio dipende anche dalla possibilità che avranno i loro figli di continuare a viverci.

Prof Petrillo - Unesco Chair - Unitelma Sapienza

Il Prof. Pier Luigi Petrillo ci ha riportati alla dimensione politica del cibo. Nel suo intervento, le tradizioni alimentari sono diventate una chiave per leggere identità, conflitti e relazioni internazionali. Il percorso condiviso per il riconoscimento UNESCO del cous cous racconta, per esempio, come intorno a un patrimonio si possa costruire cooperazione tra Paesi che ne rivendicano l’appartenenza.
Dentro questa riflessione vedo una domanda che riguarda profondamente l’Italia:

che cosa siamo disposti a fare per i patrimoni di cui siamo così orgogliosi?

Le candidature e i riconoscimenti UNESCO mobilitano energie, istituzioni, comunità. Portano attenzione su saperi che rischiamo di dare per scontati. Quell’attenzione ci impegna anche dopo: nella trasmissione tra generazioni, nella scuola, nelle condizioni di lavoro, nella possibilità di abitare e coltivare i territori.
Difendere un patrimonio alimentare significa assumersi una responsabilità verso chi lo mantiene vivo.
Penso alla Dieta Mediterranea. Alla relazione tra quello che mangiamo, il paesaggio che abitiamo e il tempo che dedichiamo agli altri. Alla conoscenza delle stagioni, alla cura del suolo e dell’acqua, alla convivialità. A Pollica, attraverso il Paideia Campus, lavoriamo perché queste connessioni diventino esperienza educativa e capacità di agire. È lì che misuro il valore di un patrimonio: nelle possibilità che continua ad aprire.

Pasquale di Rubbo - DG AGRI

L’intervento di Pasquale di Rubbo, della Direzione generale Agricoltura della Commissione europea, ha portato questa discussione dentro le scelte di programmazione e di spesa. Mi ha colpito soprattutto un passaggio: per dare futuro a un giovane agricoltore occorre tenere insieme sostegno economico, accesso alla terra, formazione e opportunità.
Sembra evidente quando guardiamo la vita di una persona. Diventa molto meno evidente quando quella stessa vita viene divisa tra uffici, competenze e strumenti che faticano a parlarsi.
Per questo gli ho chiesto quale ruolo possano avere le Regioni e come il mondo della ricerca, chi pianifica i territori e la società civile possano contribuire. Credo che dobbiamo assumerci anche questa responsabilità: portare bisogni, conoscenze e proposte mentre le scelte si stanno formando.
Il patrimonio che celebriamo e il futuro che finanziamo devono potersi riconoscere.
È qui che, per me, gli interventi del Prof. Petrillo e di di Rubbo si incontrano. Possiamo dare forza alla nostra cultura alimentare attraverso politiche che permettano di praticarla: rendendo accessibile un’alimentazione buona e sana, riconoscendo il lavoro di chi produce, investendo nell’educazione e nella salute degli ecosistemi.

Massimiliano Falcone, richiamando il percorso di Earth Day Network verso una Giornata della Terra dedicata al cibo, ha aggiunto un elemento essenziale: il ruolo della società civile nel far emergere bisogni, mobilitare le comunità e chiedere alla politica di assumersene la responsabilità. Anche da questa partecipazione nasce la possibilità di cambiare le priorità.

Venezia rende queste relazioni visibili. Pierpaolo Campostrini ci ha ricordato quanto la vita della laguna, le produzioni e le conoscenze locali siano intrecciate. Qui acqua, cibo e adattamento climatico appartengono allo stesso paesaggio e chiedono scelte capaci di considerarli insieme.
Con il Future Food Institute, l’Università Iuav e il Food Lab abbiamo voluto aprire uno spazio in cui la ricerca possa incontrare chi quelle scelte le assume e chi ne vive le conseguenze.
Oggi il confronto prosegue sull’accesso al cibo, sulla salute, sulla Dieta Mediterranea e sulle mense. Vorrei che tenessimo vicina una domanda: quali condizioni stiamo creando perché ciò che riconosciamo come un valore diventi una possibilità per tutti?

E voglio chiudere con un grande applauso al Prof. Francesco Musco, all’Università Iuav e al team del Food Lab: la Prof.ssa Giulia Lucertini, la Prof.ssa Marta De Marchi e il Prof. Matteo Basso. Per il coraggio di aprire le conversazioni scientifiche alla comunità, di mettere in discussione approcci e certezze, di lasciare che le domande delle persone entrino nella ricerca e contribuiscano a orientarla.

È una responsabilità che sento profondamente anche mia:

fare in modo che la conoscenza produca cambiamenti reali nella vita dei territori e diventi patrimonio condiviso, su cui costruire insieme il futuro.