“Make Waves”: il Miracolo Moderno del “Noi”

Fino a ieri mi svegliavo alle 4:50 del mattino con la Venice Climate Week che mi correva in testa. Non per ansia. Mi svegliavo perché la mente viaggiava più in fretta del sonno. C’erano mille dettagli da tenere insieme, amici di cui prendersi cura, persone importanti da accogliere, decisioni da prendere, connessioni da creare. Mi svegliavo con l’eccitazione di chi sa di contribuire a qualcosa di importante e con la responsabilità di trasformare una visione in realtà.

Oggi mi sono svegliata ancora alle 4:50, ma dalla smania incontenibile di dover dire infiniti grazie.

Gratitudine per aver contribuito a qualcosa che, in un’epoca di individualismo esasperato, assomiglia davvero a un piccolo miracolo contemporaneo.

Viviamo in un tempo dominato dall’IO. L’algoritmo premia la visibilità individuale. I social celebrano il protagonismo. Le organizzazioni ossessionate dall’esposizione mediatica spesso faticano a superare le logiche della competizione. Eppure, per qualche giorno, abbiamo visto emergere qualcosa di diverso.

Abbiamo visto il NOI.

Innanzitutto noi tre curatori: Riccardo Luna, Cristiano Seganfreddo ed io. Diversi per percorsi, caratteri, approcci, talenti, ossessioni. Eppure accomunati da una sana dose di incoscienza, dalla convinzione che le cose impossibili siano semplicemente quelle che non abbiamo ancora provato a fare, da un profondo amore per la vita, dalla gratitudine come pratica quotidiana, dalla profonda convinzione che la gentilezza vada praticata  come nuova forma di leadership, dal coraggio di metterci al servizio di una causa più grande di noi e, curiosamente, dall’essere tutti nati sotto il segno dei Pesci.

Sarà una coincidenza, ma forse da lì nasce anche la nostra affinità con il pianeta acqua. La naturale inclinazione a leggere le correnti prima delle mappe, a creare connessioni prima delle strutture e a credere che le relazioni umane siano la vera infrastruttura del cambiamento. Perché il nuovo, quasi sempre, nasce così: dall’incontro tra persone che scelgono di fidarsi l’una dell’altra e di navigare insieme verso rive che ancora non esistono.

Non so se sia solo questione di astrologia, ma in qualche modo abbiamo imparato a nuotare nella stessa direzione. 

E forse è proprio questo il segreto di ogni impresa collettiva: quando una visione smette di appartenere a chi l’ha immaginata (Riccardo Luna) e comincia a essere abitata da chi sceglie di renderla possibile.

È esattamente ciò che abbiamo visto accadere durante la Venice Climate Week.

La cosa che più mi ha colpito non è stata la qualità dei contenuti, la bellezza dei luoghi o il livello delle conversazioni. È stato osservare come ciascuno abbia trovato il proprio posto all’interno di un disegno più grande.

Ognuno si è sentito owner. Ognuno si è sentito responsabile. Ognuno si è sentito necessario. E la verità è che lo era davvero.

Perché la meraviglia non nasce mai dal talento individuale. Nasce dall’orchestrazione delle unicità.

E proprio per questo che voglio citare le persone. Tutte. Non per protocollo. Non per dovere. Ma perché la Venice Climate Week non è stata un numero, una macchina organizzativa o un generico “team”. È stata il risultato dell’unicità di ciascuno.

Andrea Magelli è stato, ancora una volta, la roccia. Quello che, durante la tempesta, tiene in piedi la nave mentre tutti agitano le onde. E insieme a lui i ragazzi del Secretariat, che hanno tenuto insieme una complessità impressionante con lucidità, sorrisi e sangue freddo. Esmeralda Fonsatti, Daniele Quadrellaro, Stefano Giovannini, Camilla Carioli, Alessandro Torraca, Clarissa Garrubba, Andrea Albanesi, Anastasia Korovina, Alessandro Fusco, Maria Alegría Serena, Anna Serle, Alessandra Zaffiro, Merijn Dols, Francesco Chiappetta, Ada Shukullari e, con lei, una squadra di bravissimi volontari hanno compiuto quella magia che ogni grande progetto richiede: trasformare problemi in soluzioni, imprevisti in opportunità e tensioni in energia positiva.

Poi c’è un’altra parte della famiglia, quella che fin dal primo giorno ha costruito questa avventura insieme a noi e ha custodito la memoria collettiva di ciò che stavamo vivendo. I Postilla — Anna Ciao e Luigi Pizzolante — insieme a Edda Guerra, Manuele Altieri, Simone Scarpa, Angela D’Alessandro, Irene Campagna, Antonio Loffredo e Andrea Sorrentino non sono mai stati “fornitori”. Sono parte integrante di questa storia. Attraverso immagini, parole, fotografie e video hanno reso visibile ciò che spesso sfugge agli occhi: l’anima di una comunità. Hanno saputo raccontare non solo ciò che accadeva, ma soprattutto ciò che si sentiva. E in un mondo pieno di contenuti, questa capacità di custodire e restituire significato è un dono raro.

C’è poi una dimensione che considero fondamentale: quella che collega l’ispirazione all’azione.

Perché le idee, da sole, non bastano. Se vogliamo che tutto questo abbia davvero un senso, dobbiamo misurarci sui cambiamenti che saremo capaci di generare nel lungo periodo.

Per questo sono profondamente grata a chi ha saputo intrecciare scienza, ricerca, mondo accademico, amministrazioni pubbliche e visione strategica affinché la Venice Climate Week non si esaurisca nei giorni dell’evento, ma continui a vivere nei territori, nelle istituzioni e nelle comunità.

Dal Sindaco di Pollica, Stefano Pisani, al Professor Francesco Musco, compagni di viaggio fin dalla prima ora, che hanno condiviso con noi la responsabilità e l’ambizione di costruire una piattaforma capace di andare oltre Venezia, trasformando incontri in alleanze, idee in percorsi e relazioni in opportunità concrete di cambiamento. Insieme a loro, Filippo Magni, Vittore Negretto, Micol Roversi Monaco, Fabio Carella, Michele Dalla Fontana, Linda Zardo, Denis Maragno, Francesco Pozzer e Federico Dall’Omo rappresentano quella cabina di regia che lavora ogni giorno affinché il patrimonio di relazioni, conoscenze e contenuti generato durante la Week possa tradursi in politiche pubbliche, sperimentazioni territoriali, progetti concreti e nuove traiettorie di sviluppo.

Perché il vero impatto non si misura dagli applausi ricevuti, dal numero di follower o dalle uscite sulla stampa. Si misura per la capacità di lasciare tracce. Nelle alleanze che continuano a crescere dopo che l’evento è finito. Nei progetti che prendono forma nei mesi successivi. Nelle decisioni che cambiano il corso delle cose. Nelle trasformazioni che sapremo generare insieme quando le luci si spegneranno e il lavoro vero avrà finalmente inizio.

Nasce da chi porta il rigore della scienza, ricordandoci che il cambiamento ha bisogno tanto di emozione quanto di evidenza. Da scienziati e professori come Carlo Barbante, Kaveh Madani, Enrico Giovannini, Mario Sprovieri e Andrea Rinaldo, e da tutti coloro che hanno contribuito a dare profondità, credibilità e visione alle nostre parole.

Nasce da chi accoglie. Da chi apre le porte. Da chi sceglie di mettere a disposizione non semplicemente degli spazi, ma luoghi capaci di diventare piattaforme di trasformazione. Le Procuratie e la straordinaria comunità di The Human Safety Net, con Alexia Boro e Matteo Urban; il Teatro Goldoni, guidato con passione e visione da Jane da Mosto; Casa Sanlorenzo, esempio concreto di come innovazione, cultura e sostenibilità possano dialogare; TBA21 Ocean Space, con Markus Reymann e Francesca Thyssen-Bornemisza, ospiti visionari e instancabili costruttori di futuro; il CNR Biodiversity Gateway, con Francesco Falaceri e una squadra che ogni giorno lavora per rendere la scienza accessibile e trasformativa; lo IUAV Università di Venezia che grazie al prezioso supporto di Vittorio De Battisti Besi ci ha permesso di accogliere Arte, Scienza, FAO e UNDP, Attivismo con Legambiente e tavoli di lavoro con i Sindaci e le amministrazioni locali; Francesca Santoro e l’intera comunità di SEA BEYOND – UNESCO che ha accolto i giovani, gli studenti, capaci di portare l’oceano al centro dell’immaginario collettivo; la Fondazione Giorgio Cini, con la Direttrice Renata Codello e il Direttore Scientifico Daniele Franco, custodi di uno dei luoghi più straordinari al mondo per il dialogo tra cultura, conoscenza e futuro. Nessuno di loro è stato semplicemente un ospitante. Ognuno ha contribuito a generare un ecosistema di possibilità, mettendo a disposizione relazioni, competenze, visione e soprattutto la volontà di costruire insieme qualcosa che fosse più grande della somma delle sue parti.

E nasce dall’esempio di donne che hanno scelto di dedicare la propria vita a custodire il futuro. Dalla Commissaria Europea Jessika Roswall, che ci ha colpiti per la sua rara capacità di ascolto e per l’attenzione autentica con cui ha accolto idee, proposte e visioni, a Licypriya Kangujam, simbolo di una generazione che non chiede il cambiamento ma lo pretende, ricordandoci che il futuro non è un concetto astratto ma un diritto delle nuove generazioni. Da Hunter Lovins, maestra e pioniera dei modelli economici rigenerativi, capace da decenni di dimostrare che prosperità, impatto positivo e rigenerazione possono procedere insieme, alle nostre straordinarie “Queens of the Deep”, Rosalba Giugni e Sylvia Earle, che hanno dedicato la loro vita alla tutela del mare e ci ricordano ogni giorno quanto profonda debba essere la nostra responsabilità verso il pianeta. Donne diverse per storia, cultura e percorso, ma unite dalla capacità di guardare oltre l’orizzonte, di trasformare conoscenza in azione e di ricordarci che la leadership più autentica consiste nell’assumersi la responsabilità di ciò che ancora non esiste. Sono donne che non si limitano a raccontare il cambiamento: lo incarnano, e con il loro esempio ci invitano ogni giorno a fare lo stesso.

E nasce anche da tutti gli amici veneziani che custodiscono questa città straordinaria con generosità, passione e visione. A partire dal nuovo sindaco Simone Venturini, Fabrizio D’Oria, Massimo Redaelli, Giulia Foscari, Alessandro Costa e tanti altri che hanno scelto di condividere con noi non solo competenze e relazioni, ma anche un profondo amore per Venezia.

La verità è che continuiamo a ricevere centinaia di messaggi di ringraziamento e partecipazione. Ma ogni volta penso la stessa cosa. Quei messaggi non celebrano un evento. Celebrano un’energia. Celebrano un modo di stare insieme. Celebrano un’anima. 

Perché noi quell’anima ce l’abbiamo messa davvero. E le persone l’hanno sentita. L’hanno sentita Nell’accoglienza. Nella cura. Nella qualità delle relazioni. Nella capacità di far sentire ogni persona vista, ascoltata e parte di qualcosa di significativo. Forse è questa la lezione più importante che porto a casa. 

Non abbiamo bisogno di più eroi solitari. Abbiamo bisogno di comunità capaci di governare l’ego senza spegnere il talento, valorizzando il merito, di persone che comprendano che la leadership non consiste nell’essere al centro della scena, ma nel creare le condizioni affinché altri possano esprimere il meglio di sé.

Perché la vera trasformazione non nasce mai da un singolo protagonista.

Nasce quando il talento individuale sceglie di mettersi al servizio di un sogno collettivo.

Se c’è una cosa che porto a casa da questa esperienza, è che dobbiamo riscoprire il valore rivoluzionario della gratitudine.

La gratitudine non è un gesto educato. Non è una formalità di fine evento. È una tecnologia sociale potentissima. È la capacità di vedere il valore negli altri e di riconoscerlo apertamente. È ciò che trasforma la scarsità in abbondanza, la competizione in collaborazione, un gruppo di individui in una comunità.

E insieme alla gratitudine credo sia arrivato il momento di restituire dignità a un’altra parola che troppo spesso viene scambiata per fragilità: la gentilezza.

La gentilezza non è debolezza. Non è ingenuità. Non è accondiscendenza.

La gentilezza è coraggio.

È la scelta quotidiana di costruire fiducia anziché paura. Di creare spazi in cui le persone possano esprimere il meglio di sé. Di mettere il proprio talento al servizio di una causa più grande. È l’infrastruttura invisibile che rende possibile la collaborazione, l’innovazione e il cambiamento.

In questi giorni ho avuto la conferma che le grandi trasformazioni non nascono dalla durezza, dall’arroganza o dalla ricerca ossessiva del protagonismo. Nascono quando le persone si sentono viste. Ascoltate. Rispettate. Coinvolte.

Nascono quando l’ego lascia spazio alla squadra.

Perché i miracoli contemporanei non sono il risultato di un singolo leader, ma di comunità che imparano a condividere responsabilità, visione e appartenenza.

E forse è proprio questa la lezione più importante della Venice Climate Week.

In un mondo che ci spinge continuamente a emergere, distinguersi e competere, la vera rivoluzione è imparare a costruire insieme.

A prenderci cura gli uni degli altri. A generare valore che duri nel tempo. A lasciare il mondo, le nostre comunità e le nostre istituzioni un po’ migliori di come le abbiamo trovate.

Come ci ricorda Sylvia Earle: Make Waves.

Perché le onde più potenti non nascono mai da una sola goccia. Nascono quando migliaia di gocce decidono di muoversi nella stessa direzione. E per una settimana, a Venezia, abbiamo avuto il privilegio di vedere accadere esattamente questo