Da Bertinoro a Pollica, tra Life Economy e nuova ruralità: quando l’incontro fra ecosistemi apre possibilità che nessuno avrebbe potuto costruire da solo.
Sono tornata a Bertinoro dopo tanto tempo. E mi sono ritrovata.
Leggendo e ascoltando Paolo Venturi e Luca Tricarico, ho avuto una sensazione precisa: stavano dando voce a domande che mi accompagnano da anni. Dentro c’erano i miei articoli, certo, ma soprattutto il lavoro quotidiano a Pollica, il confronto critico, generativo e fattivo con il sindaco Stefano Pisani e la Comunità, tra visione di sviluppo, scelte operative e verifiche costanti, le cose che abbiamo provato, corretto e ricominciato. Quella fatica di capire ciò che stai costruendo mentre lo stai ancora costruendo.
Alle Giornate di Bertinoro, dedicate alle ImmaginAZIONI, ho ritrovato il piacere di questo confronto. Mi interessa quando la teoria ti aiuta a vedere meglio l’esperienza. Mi interessa ancora di più quando l’esperienza torna a interrogare la teoria.
È con questo spirito che vorrei restituire qualcosa a Paolo, Luca, Flaviano Zandonai e Mario Calderini. Una domanda maturata nel nostro laboratorio mediterraneo:
il neomutualismo può aiutarci a condividere, oltre alle risorse e alle responsabilità, la capacità stessa di immaginare e costruire possibilità?
Una cucina cambia la domanda
Per anni, con il Future Food Institute, abbiamo attraversato il mondo cercando le frontiere dell’innovazione alimentare. A Pollica abbiamo incontrato un territorio che ha cambiato il nostro modo di cercarle. Il cibo teneva insieme cose che altrove studiavamo separatamente: lavoro, paesaggio, salute, conoscenza, relazioni fra generazioni.
Eppure, nelle scuole, al mio entusiasmo rispondeva spesso il desiderio dei ragazzi di andare via. La bellezza che vedevo io non coincideva con le opportunità che vedevano loro. Quella distanza ci interrogava più di qualsiasi presentazione sul potenziale del territorio.
Il Paideia Campus ha preso forma dentro questa domanda, nell’incontro fra la visione pubblica del Comune, il nostro ecosistema e una comunità che aveva molto da insegnarci. Il Castello dei Principi Capano, restituito alla vita del paese dal lavoro di Angelo Vassallo e dell’amministrazione, è diventato il luogo da cui aprire una scuola diffusa.
A Bertinoro ho raccontato le cucine di Olimpia e Carmela che accolgono i ragazzi dell’istituto alberghiero. Qui avviene un passaggio che continuo a trovare importante: un sapere domestico diventa una risorsa educativa, una nonna assume il ruolo di maestra, un ragazzo incontra qualcuno da cui imparare fuori dall’aula.
Se guardo soltanto il servizio, vedo un’attività formativa. Se guardo la relazione, vedo cambiare ciò che quelle persone possono essere l’una per l’altra. La domanda diventa:
quali capacità abbiamo smesso di riconoscere perché continuiamo a guardare le persone attraverso il ruolo che abbiamo assegnato loro?
Nel richiamo alla giustizia contributiva della concept note firmata da Paolo Venturi e Stefano Zamagni riconosco questo nodo:
le disuguaglianze riguardano anche l’esclusione dalla possibilità di contribuire.
Mi piace la forza politica di questo pensiero. A Pollica lo traduco così: poter dare qualcosa alla propria comunità, ed essere riconosciuti per questo, è parte della dignità del vivere.
Con una cautela essenziale: nessuno deve guadagnarsi il diritto alla cura dimostrando di essere utile. Il contributo è una possibilità da aprire, mai una prestazione da esigere. È proprio chi non può restituire nulla, in un certo momento della vita, a mettere alla prova la qualità della nostra reciprocità.
Partigiani della domanda, disponibili a farci correggere
«Partigiani della domanda, imparziali sulla risposta»: il titolo dell’articolo di Luca Tricarico è davvero potente, e il pezzo fa riflettere. Leggetelo! Scegliere quali esperienze studiare è una presa di posizione; non autorizza a decidere in anticipo ciò che la ricerca dovrà trovare. Mi colpisce anche il suo invito a sostare nelle risposte incerte: quel «in parte» con cui le organizzazioni descrivono la partecipazione della comunità, invece di dichiararla compiuta.
Essere imparziali nella risposta costa soprattutto quando può smentire un progetto in cui hai messo tutto ciò che avevi, energie, tempo senza limiti, in cui hai messo la faccia. Lo dico pensando a noi. La ricerca che serve a Pollica deve poterci correggere, aiutarci a vedere esclusioni, dipendenze e fragilità che la passione rischia di rendere meno visibili.
Ma qui aggiungerei una domanda: abbiamo costruito relazioni nelle quali le persone possano permettersi di dirci qualcosa che non ci piace? Anche una risposta formalmente libera può essere trattenuta dalla gratitudine, dal timore di perdere un’opportunità, dalla soggezione verso chi promuove il progetto. Per cercare risposte imparziali dobbiamo prenderci cura anche delle condizioni in cui vengono espresse.
Penso al lavoro con il Laboratorio di Nuove Tecnologie dell’Arte dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e con l’Università Federico II, dentro MISTAKE e la residenza «Un Mondo È Possibile». In aprile, su queste pagine, avevo scritto:
«Non è un modello da esportare. È una postura da apprendere».
La “postura” – adoro questo termine – la stessa di cui parla Luca Tricarico.
Gli studenti che giocano a carte da Jerry con i nonni e le nonne del paese, gli artisti e i ricercatori che abitano temporaneamente il Castello: la conoscenza comincia anche dal tempo necessario a entrare in relazione. MISTAKE ci permette di esercitare la disponibilità a sperimentare e a cambiare domanda insieme agli abitanti. Nell’incontro fra Pollica e Piazza Garibaldi a Napoli, persino l’idea di comunità deve confrontarsi con esperienze diverse.
Il punto, per me, è che questa postura va allenata da tutti. Da chi ricerca e da chi amministra, da chi insegna e da chi finanzia. Una comunità educante dovrebbe anche poter educare le istituzioni e le imprese che arrivano per sostenerla.
Riallenare l’umano a sognare
Mario Calderini ha toccato proprio un mio nervo scoperto, ciò che non mi fa dormire la notte: dobbiamo riallenare l’umano (e soprattutto i giovani) a sognare, a immaginare futuri possibili. Magari anche desiderabili, non soltanto apocalittici.
Ha portato la riflessione su una crisi che attraversa tutte le altre: la difficoltà di concepire alternative e di costruire luoghi in cui sperimentarle. Nel suo ragionamento, l’immaginazione può essere occupata da narrazioni tecnologiche che presentano una sola traiettoria come inevitabile. Anche lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, ci ricorda, incorpora scelte, interessi, modi di distribuire risorse e potere.
Ascoltandolo, pensavo ai ragazzi di Pollica. Se raccontiamo loro soltanto ciò che perderanno, dove troveranno il desiderio di costruire qualcosa di diverso? E se invitiamo a sognare senza mettere a disposizione tempo, competenze, esperienza, spazi e servizi, non rischiamo di trasformare anche il sogno in una responsabilità individuale?
Qui entra la critica a certo stakeholder engagement diventato un rito apatico: gli stessi interlocutori, domande già scritte, un confronto che cerca consenso senza rischiare di cambiare direzione. Calderini ci invita a cambiare gli spazi e le voci da cui immaginiamo il futuro, dando ascolto anche al conflitto, alla tensione della piazza, alle avanguardie artistiche, alle persone marginalizzate.
Per me significa allenarci a riconoscere i segnali deboli e le voci degli outlier: chi sperimenta fuori dai circuiti riconosciuti, chi esprime un disagio che non sappiamo ancora nominare, chi scompagina le nostre categorie. A volte un segnale è debole soltanto per chi lo osserva da lontano. Per chi vive quel problema, è già fortissimo.
Un outlier non ha ragione per definizione. Va ascoltato senza trasformarlo in una figura romantica, e ciò che porta va messo alla prova. Il problema non è il questionario: è usarlo in modo da non poter incontrare una risposta imprevista.
È qui che collego l’educazione all’immaginazione con la postura della ricerca: imparare a percepire ciò che ancora non sappiamo misurare, senza scambiarlo prematuramente per un risultato. E offrire luoghi in cui un’intuizione possa diventare un esperimento condiviso. A Pollica vorrei che ogni progetto lasciasse anche questa capacità: affrontare una domanda nuova senza aspettare che qualcuno porti da fuori la risposta.
Quando gli ecosistemi cambiano chi li abita
La ricerca con Teresa Del Giudice, Giuseppina Olivieri e il gruppo di cui faccio parte ci aiuta a interrogare questi passaggi. Le mappe del caso Pollica seguono come si ampliano le relazioni e cambiano i ruoli: abitanti che attivano servizi, aziende agricole che entrano in reti più ampie, un’amministrazione che diventa riferimento anche per altri territori.
«More than services: social enterprises as community builders», legge la comunità come parte attiva della produzione di risorse, significati e iniziative. Sono evidenze qualitative e un percorso di ricerca in sviluppo, non la certificazione che le fragilità del territorio siano risolte.
Uso la parola “morfogenesi” per ragionare su questa trasformazione: l’incontro fra ecosistemi può cambiare la forma delle relazioni e, con essa, le possibilità di chi vi partecipa. La mia ipotesi è che possa anche accelerare alcuni passaggi, quando un sapere trova nell’altro le condizioni per diventare azione. Non ogni incontro produce questo effetto; servono continuità, fiducia e possibilità reale di incidere.
Quando mi chiedo quanto siamo disposti a lasciarci trasformare da un luogo, parlo prima di tutto di me.
A Pollica mi sono fatta stupire, emozionare, ferire, criticare. Mi sono lasciata attraversare. Pollica mi ha aperto a mondi nuovi, sorprendentemente vicini e tremendamente profondi.
Dopo tanti viaggi, ho scoperto che c’erano ancora mondi da incontrare proprio nella prossimità. Nelle persone, nei loro saperi, in modi diversi dal mio di leggere la vita. E questo incontro ha coinvolto anche me, non soltanto il mio lavoro. Non posso raccontare che cosa è cambiato a Pollica lasciando fuori ciò che Pollica ha cambiato in me.
Per questo, quando parlo di postura, penso anche alla disponibilità a lasciarsi raggiungere da ciò che non conferma le nostre idee. A riconoscere all’altro la possibilità di evolvere, maturare, di spostarci, di modificare la domanda con cui siamo arrivati. È una reciprocità che riguarda anche chi propone, chi accompagna, chi cerca di rendere possibile il cambiamento.
Da questo vissuto vorrei ripartire nel confronto con Tricarico: possiamo osservare, insieme alla trasformazione del territorio, anche quella degli ecosistemi che lo incontrano? Se chiediamo alla comunità di diventare capace di partecipare al progetto, dobbiamo chiedere anche al progetto di diventare capace di partecipare alla vita della comunità. Io so che, in questo incontro, non sono rimasta uguale.
Pollica è un Weaving Lab. E io mi sento una “weaver”.
Quel lasciarsi attraversare riguarda anche il modo in cui cerco di avvicinare mondi diversi. Quando una comunità e un’università, un artista e un’amministrazione cominciano a lavorare insieme, la possibilità che si apre ha bisogno di essere accompagnata: conoscersi, tradurre i linguaggi, affrontare le differenze, dare continuità a ciò che si è iniziato. In questa cura riconosco il weaving: rammendare, ricucire, o tessere relazioni fra persone, progetti e luoghi perché possano imparare e agire insieme.
Il mio incontro con questa visione ha anche un volto: quello di Ross Hall, cofondatore di The Weaving Lab. L’ho conosciuto tanti anni fa, molto prima che Pollica entrasse nel mio mondo, e fin dal primo incontro mi sono riconosciuta nei suoi valori. Ammiro profondamente il suo lavoro: l’attenzione a come stiamo insieme, la possibilità di imparare gli uni dagli altri, la convinzione che il benessere delle persone e quello del pianeta vadano pensati insieme. Quell’affinità precede il Campus e continua ad accompagnare il mio modo di abitarlo.
Oggi Pollica è a tutti gli effetti un Bioregional Weaving Lab: il BWL Cilento, radicato a Pollica e parte del collettivo europeo dei Bioregional Weaving Labs. Il Paideia Campus è un luogo vivo di questo lavoro, che mette in relazione educazione, ricerca, agricoltura, patrimonio e iniziativa pubblica. Essere parte di questa rete significa anche imparare con altri territori, condividere esperienze e strumenti, mettere alla prova ciò che facciamo.
Io mi sento una weaver. Vivo appieno questa parola. Mi riconosco nel cercare quale competenza possa aiutare qualcuno a compiere un passo, nel preparare un incontro e tornarci dopo, nel fare spazio a una voce che ancora manca. Quale sapere di un agricoltore può cambiare la domanda di una ricercatrice? Quale intuizione di un artista può aiutare un’amministrazione a vedere diversamente un luogo? È un lavoro che vivo insieme alla comunità, e all’amministrazione comunale guidata dalla visione e dal pragmatismo di Stefano Pisani e alla nostra squadra, e che mi coinvolge interamente. Mentre avvicino mondi diversi, mi lascio cambiare dal loro incontro.
L’ultimo messaggio di Ross, «Ways of Weaving», condiviso nella newsletter dei Bioregional Weaving Labs dell’11 ottobre, raccoglie una riflessione maturata nel confronto con molti altri weavers. Vi ritrovo quattro dimensioni che si alimentano a vicenda: coltivare le relazioni, collaborare per il cambiamento sistemico, imparare insieme ed «essere un sistema migliore» — Being a Better System.
Quest’ultima mi riguarda da vicino. Quando ascolto, decido, condivido una responsabilità o accolgo una critica, sto già dando forma al sistema che vorrei contribuire a cambiare. Il futuro che cerchiamo di costruire deve poter cominciare nel modo in cui ci trattiamo oggi. Ripenso a quanto Pollica abbia cambiato me: lasciarsi attraversare è anche accettare che il lavoro sulle relazioni riguardi il nostro modo di stare nel mondo.
Ross parla di “universal wellbeing”: il benessere di ogni persona, di tutte le persone e del pianeta, considerati insieme. È un orientamento che riconosco profondamente mio. E apprezzo che il suo invito a tessere lasci spazio alle capacità complementari: nessuno deve saper fare tutto, abbiamo bisogno di imparare e lavorare gli uni con gli altri.
Nel testo Ross richiama anche il lavoro meno visibile: esigente sul piano emotivo e tecnico, difficile da attribuire a un solo soggetto, spesso poco riconosciuto e finanziato. È un passaggio che sento molto. Un incontro può essere visibile; molto meno il tempo necessario perché le persone imparino a fidarsi, affrontino un disaccordo e trovino il modo di continuare a lavorare insieme.
Da Pollica porto allora questa domanda dentro il neomutualismo: chi si prende cura delle relazioni che rendono possibile la cura? Se finanziamo soltanto le singole attività e lasciamo questo lavoro alla disponibilità personale di qualcuno, rischiamo di consumare proprio ciò che permette alle iniziative di durare. Anche per questo sono grata a Ross: rende riconoscibile un lavoro che tante persone svolgono senza avere ancora le parole per raccontarlo. E ci invita a prenderlo sul serio, a studiarlo, a imparare a farlo meglio.
CIRCE, per esempio, guidata con perseveranza e tenacia da Sarah Khoudja, è un’associazione di donne del Cilento nata a seguito di un nostro percorso sull’imprenditoria femminile nell’agri-food (EWA di EIT FOOD) e mi ricorda il valore dell’autonomia: in quell’associazione non ricopro alcun incarico, ma c’è un pezzo di cuore. Aver contribuito ad aprire una possibilità non significa doverla “occupare”.
Questo è anche un criterio esigente per noi: se, crescendo, ogni relazione dovesse continuare a passare dal Campus o dalle stesse persone, avremmo un problema. Rischieremmo una sorta di inbreeding delle idee e delle relazioni: gli stessi sguardi, gli stessi linguaggi, le stesse conferme. E, nel tentativo di tenere tutto insieme, potremmo scivolare nell’ipercontrollo, finendo per soffocare proprio le energie che volevamo liberare. Dobbiamo saper lasciare spazio a nuove voci, a iniziative che non abbiamo immaginato, a persone capaci di prendere strade diverse dalle nostre. Condividere davvero responsabilità e potere di scelta, senza pretendere di restare indispensabili. Una buona tessitura dovrebbe permettere ad altri di tessere.
Il territorio può cambiare anche le teorie
Flaviano Zandonai distingue tre dimensioni che a Pollica viviamo tutte: quella macro, che fa incontrare i grandi quadri della sostenibilità con i territori; quella micro, che dà profondità relazionale alle risposte ai bisogni; quella meso, in cui l’innovazione civica viene messa alla prova fino a diventare politica locale, in una sfera pubblica co-governata.
Le riconosco nel passaggio dagli obiettivi globali ai laboratori con le scuole, nella cura educativa che prende forma nelle cucine, nel lavoro con Stefano Pisani per dare continuità pubblica alle sperimentazioni. Ma vorrei aggiungere un movimento di ritorno: i territori devono poter modificare anche le domande dei grandi quadri globali. Altrimenti restano soltanto luoghi di applicazione.
Nel 2021, con Matteo Vignoli, abbiamo pubblicato «Human and Planet Centered Approach: Prosperity Thinking in Action». Partivamo dalla pratica per studiare un metodo capace di tenere insieme bisogni umani e condizioni del pianeta. Già lì cercavamo una relazione fra la scala delle persone e quella dei sistemi, attraverso la partecipazione.
Pollica mi porta oggi a formulare un ulteriore problema: che cosa possiamo progettare, e che cosa dobbiamo invece imparare a rendere possibile senza pretendere di controllarlo? Possiamo organizzare tempi, risorse e responsabilità. La fiducia e l’iniziativa delle persone vanno coltivate e osservate, non possono essere imposte.
È un punto in cui sento dialogare il rigore chiesto da Tricarico con la necessità di rendere riconoscibile il valore sociale richiamata da Venturi. Misurare è necessario; promettere di controllare ogni esito è un’altra cosa. Per il Campus vorrei una valutazione che chiedesse anche quali iniziative continuano autonomamente, chi prima restava fuori e ora può incidere, quali decisioni sono state corrette grazie alla comunità. Sono domande da tradurre in ricerca, non risultati che possiamo già rivendicare.
Life Economy: chi non può sedersi al tavolo
Tutto ciò che ho visto e sentito a Bertinoro è in piena armonia con la visione della Life Economy che coltiviamo da anni con Reboot the Future, insieme a Kim Polman e Anthony Bennett. La reciprocità, la cura delle relazioni, la responsabilità verso le prossime generazioni ci riportano alla stessa convinzione: la prosperità si costruisce tenendo insieme il benessere delle persone, delle comunità e del pianeta.
Durante la pandemia, insieme alla Franklin University e al Future Food Institute, abbiamo dato vita alle conversazioni GoodAfterCovid19. Da quel percorso sono nati i dieci valori raccolti nel volume «Values for a Life Economy», curato da Kim e Anthony.
La Golden Rule ci invita a trattare gli altri e il pianeta come vorremmo essere trattati. Nel libretto, la cura della Terra, l’educazione, la responsabilità verso le generazioni future e la collaborazione orientano l’economia al benessere della vita.
Porto questa prospettiva dentro il neomutualismo con una domanda: chi rappresenta coloro che non possono prendere parte allo scambio? I bambini che nasceranno, il suolo, il mare, le altre forme di vita non possono negoziare con noi. Eppure le nostre decisioni ne condizionano le possibilità. La reciprocità che vorrei praticare deve riguardare anche loro, senza aspettarsi un ritorno immediato.
La Dieta Mediterranea mi aiuta a tenere insieme questi mondi. È un patrimonio fatto di terra, diversità bio-culturale, pesca, cucina, condivisione e trasmissione dei saperi. A Pollica possiamo interrogarla come una pratica contemporanea: quali condizioni ecologiche e sociali dobbiamo custodire perché quei gesti continuino a nutrire una comunità?
L’Economia Civile ci interroga su come produrre e condividere valore; il Prosperity Thinking su come progettare tenendo insieme persone e pianeta; la Life Economy su ciò che consideriamo una vita prospera. Il “weaving” lavora sulle relazioni che possono rendere praticabile questa ricerca. Al Piadeia Campus, questi approcci si incontrano con l’arte, la pedagogia e la vita quotidiana: ciascuno porta con sé una domanda che gli altri, da soli, rischierebbero di trascurare.
Terre Future: un mutualismo delle possibilità
Con Stefano Pisani lavoriamo incessantemente perché tutto questo possa durare e perchè questo spirito possa essere tramandato. E c’è una parte del suo lavoro che è doveroso rendere più visibile: il coraggio di innovare nel modo di amministrare. Perché un’intuizione, per diventare una possibilità reale per una comunità, deve trovare anche la forma concreta di un atto, di una procedura, di una scelta di bilancio.
È un lavoro che richiede immaginazione e precisione: leggere le norme, comprendere i vincoli, conoscere gli strumenti, costruire soluzioni e assumersi la responsabilità delle decisioni. La creatività amministrativa che mi interessa cerca strade nuove dentro un quadro di legalità, trasparenza e interesse generale. Non aggira le regole: le studia per riconoscere possibilità che l’abitudine lascia inesplorate.
Anche il pubblico ha bisogno di innovazione, non soltanto di essere chiamato ad autorizzare o finanziare quella degli altri. Deve poter sperimentare nuovi modi di leggere i bisogni, progettare i servizi, collaborare con le comunità e imparare dai risultati. E per farlo servono formazione, tempo e risorse per chi lavora negli uffici: nel coraggio di un amministratore c’è tutto il potenziale per far crescere la capacità di innovare di un’intera istituzione.
Nella Summer School sulle Politiche di Pianificazione Territoriale, diretta da Teresa Del Giudice e Gianni Cicia della Federico II, Stefano ha chiesto a ricercatori e fellow di assumere il punto di vista di un sindaco: scegliere le priorità, fare i conti con risorse limitate, tenere insieme urgenze e futuro. Anche questa, per me, è formazione della postura: immaginare il possibile e imparare a renderlo praticabile, senza sottrarsi alla complessità del governo.
Il percorso fra il Piano Urbanistico Comunale di Pollica e il Masterplan Cilento Sud mira a dare una dimensione territoriale a questo apprendimento. Qui la politica è decisiva: sperimentare richiede spazi, ma abitare richiede diritti, servizi, lavoro e continuità. La comunità non può diventare il modo elegante per scaricare su pochi volontari ciò che le istituzioni e le imprese non vogliono sostenere.
La nuova ruralità che mi interessa ha ricerca, mestieri contemporanei, tecnologie utili, connessioni internazionali. Deve permettere di partire, restare e tornare senza chiedere ai giovani di accontentarsi di meno in nome delle radici. Un paese non può vivere soltanto del desiderio di chi viene a visitarlo.
Mi torna in mente anche la provocazione di Calderini sui «bandi al contrario»: comunità e organizzazioni che formulano proposte, finanziatori chiamati a rispondere. Vorrei che le Terre Future potessero essere riconosciute anche come luoghi da cui nascono le domande dello sviluppo, anziché soltanto candidature a priorità definite altrove.
Potremmo chiamarlo un mutualismo delle possibilità. Per me è una direzione di lavoro: mettere in comune risorse e capacità perché ciascuno possa contribuire a qualcosa che nessuno avrebbe potuto costruire da solo. E perché chi oggi fatica persino a formulare un desiderio trovi le condizioni per provarci.
È questo che vorrei restituire a Paolo, Luca, Flaviano e Mario, insieme alla gratitudine: le vostre parole mi aiutano a leggere ciò che stiamo vivendo. Da Pollica vorrei che continuassero ad arrivare anche domande capaci di metterle alla prova.
Chiamarle Terre Future, anziché aree marginali, ci impegna proprio qui. A fare in modo che il futuro di un ragazzo non dipenda soltanto dalla sua capacità di farcela da solo. Ma anche dalla possibilità di incontrare una comunità disposta a cambiare insieme a lui.
E adesso, tranquilli: torno a parlare di food. Anche se, a pensarci bene, non ho mai smesso.
A Pollica ho capito che nessun sistema alimentare potrà realizzare quell’equilibrio fra essere umano, comunità e pianeta che sogniamo, se non mettiamo al centro le persone e la qualità delle loro relazioni. Possiamo innovare prodotti, processi e tecnologie; ma dobbiamo anche imparare a fidarci, condividere conoscenza e responsabilità, prenderci cura di chi coltiva, di chi pesca, di chi cucina. E della terra che rende tutto questo possibile.
Perché il futuro del cibo dipende anche da come scegliamo di stare insieme.
