Il diritto di restare: dal clima ai territori, una nuova cultura dell’adattamento

A Pollica il dialogo con Angelica De Vito ha trasformato il tema delle migrazioni climatiche in una domanda che riguarda tutti:

cosa dobbiamo fare perché restare in un luogo sia ancora una scelta possibile?

Capisci che un incontro ha lasciato il segno quando la conversazione continua anche il giorno dopo. Questa mattina, tra la piazza e il Bar Jerry, si parlava ancora di clima, di partenze, di futuro e di quel “diritto a restare” che ieri sera ha interrogato tutti noi.

Ieri, a Pollica Incontra, il dialogo con Angelica De Vito, esperta di diplomazia, diritti umani e migrazioni climatiche, ci ha portati a riflettere su una delle grandi questioni del nostro tempo: che cosa significa abitare un territorio mentre il clima cambia? E soprattutto, che cosa significa avere il diritto di restarci?

Siamo partiti dalle migrazioni climatiche, ma siamo arrivati molto più vicino a noi.

Perché parlare di chi è costretto ad abbandonare un’isola minacciata dall’innalzamento del mare significa, inevitabilmente, interrogarsi anche su chi lascia un’area interna perché non trova più servizi, opportunità, lavoro, infrastrutture o prospettive.

Le cause sono diverse. Ma la domanda di fondo è potentissima: quanto è davvero libera una partenza quando restare non è più possibile?

Dal governo dell’emergenza alla cultura dell’adattamento

Il cambiamento climatico non è più uno scenario futuro. Sta già modificando il modo in cui abitiamo il pianeta.

Durante il dialogo abbiamo affrontato dati, esperienze internazionali e diversi modelli di protezione delle persone costrette a spostarsi. È emerso soprattutto un grande vuoto: il diritto internazionale fatica ancora a fornire una definizione e una tutela univoche a chi migra a causa degli effetti della crisi climatica.

Eppure gli spostamenti legati a disastri ed eventi estremi sono già una realtà enorme.

La discussione ci ha portato dall’Europa all’Australia, da Tuvalu a Pollica, dagli atolli del Pacifico al Giappone, mettendo a confronto approcci diversi: proteggere chi è costretto a partire, riconoscere nuove forme di tutela, ma anche investire affinché territori vulnerabili possano continuare a essere abitati.

Ed è proprio qui che la conversazione ha cambiato prospettiva.

Non possiamo limitarci a diventare sempre più bravi a gestire le emergenze. Dobbiamo diventare capaci di prepararci, adattarci e rigenerare la nostra amata terra.

L’adattamento non significa arrendersi al cambiamento climatico. Significa costruire comunità più resilienti, preparare le persone, ripensare le infrastrutture e i sistemi produttivi, custodire l’acqua, il suolo e la biodiversità, investire nella conoscenza.

Significa, in ultima analisi, rendere possibile il futuro.

Il clima non è il meteo

Un altro passaggio importante della serata ha riguardato la distanza tra la complessità della scienza climatica e il modo in cui spesso la raccontiamo.

Un giorno freddo non smentisce il riscaldamento globale, così come una singola ondata di caldo non basta, da sola, a descriverlo. Dobbiamo imparare a distinguere le oscillazioni meteorologiche dai trend climatici di lungo periodo.

Abbiamo parlato degli oceani e della loro capacità di accumulare enormi quantità di calore; di El Niño; delle trasformazioni degli equilibri atmosferici e oceanici; della necessità di leggere fenomeni apparentemente lontani come parti di un unico sistema.

Questa alfabetizzazione climatica è ormai una competenza di cittadinanza.

Perché, quando non comprendiamo un fenomeno così grande, accadono due cose: lo neghiamo oppure ne siamo sopraffatti.

È qui che entra in gioco un’altra parola emersa con forza: ecoansia.

Soprattutto per le nuove generazioni, raccontare soltanto la catastrofe rischia di produrre paralisi. L’educazione ambientale deve fare esattamente il contrario: trasformare la paura in conoscenza, la conoscenza in capacità e la capacità in azione.

Da Tuvalu a Pollica: il diritto di restare

Poi siamo tornati a casa. A Pollica.

E il tema globale delle migrazioni climatiche ha incontrato quello delle aree interne, dello spopolamento, dell’abbandono dei borghi e della perdita progressiva di comunità.

Qui il diritto a restare assume un significato ancora più ampio.

Restare non significa essere immobili. Non significa impedire ai giovani di partire, di conoscere il mondo, di studiare altrove, di sperimentare.

Significa fare in modo che possano tornare anche.

E, soprattutto, significa creare le condizioni affinché chi decide di restare non debba pagare quella scelta rinunciando ai propri diritti, alle proprie aspirazioni o alla possibilità di costruire una vita piena.

Questa è una questione profondamente legata al lavoro che Pollica porta avanti da anni: pensare al borgo non come luogo da conservare sotto una campana di vetro, ma come Living Lab, uno spazio vivo in cui patrimonio, educazione, ricerca e innovazione diventano strumenti di rigenerazione.

È la stessa logica che anima il Paideia Campus e Pollica 2050: partire dalle risorse, dalle persone e dai saperi di un territorio per costruire una nuova prosperità, contrastando lo spopolamento, l’abbandono agricolo e la desertificazione sociale e culturale.

Perché i borghi non hanno bisogno soltanto di essere salvati.

Hanno bisogno di essere abitati.

La Dieta Mediterranea come infrastruttura di pace

C’è stato, infine, un passaggio che da Pollica ci ha riportati al mondo.

La Dieta Mediterranea.

Non come dieta, non come piramide alimentare e neppure soltanto come stile di vita o patrimonio da celebrare. Ma come possibile linguaggio diplomatico.

Durante la serata abbiamo raccontato il lavoro che stiamo portando avanti perché la Dieta Mediterranea diventi sempre più uno spazio di cooperazione tra i Paesi che condividono questo mare.

È un’intuizione semplice e radicale: in un Mediterraneo attraversato da guerre, crisi climatiche, disuguaglianze e migrazioni, il cibo, con la gastrodiplomazia, può tornare a essere uno spazio in cui sedersi allo stesso tavolo.

Perché la Dieta Mediterranea è prima di tutto relazione: cura della terra, biodiversità, stagionalità, convivialità, trasmissione intergenerazionale dei saperi, condivisione. Nei percorsi sviluppati a Pollica l’abbiamo interpretata proprio come un modello di ecologia integrale, capace di mettere in relazione la salute delle persone, quella degli ecosistemi e la prosperità delle comunità.

Ed è forse questa una delle immagini più potenti che la serata ci lascia.

Il Mediterraneo come tavolo, prima ancora che come confine.

Un tavolo attorno al quale tornare a parlare di clima, pace, cibo, diritti e futuro.

Abitare il futuro

La lezione che portiamo via da questo incontro è che il diritto a restare non può essere soltanto una formula giuridica.

Deve diventare un progetto politico, educativo, economico e culturale.

Vuol dire dare alle comunità gli strumenti per adattarsi alla crisi climatica. Vuol dire creare lavoro e opportunità nelle aree interne. Vuol dire proteggere la fertilità del suolo e la biodiversità. Vuol dire custodire i saperi senza trasformarli in folklore. Vuol dire educare i giovani non soltanto a conoscere i problemi, ma a sentirsi capaci di trasformarli.

In fondo, è proprio questa l’idea che attraversa Pollica Incontra: portare nel borgo le grandi conversazioni del nostro tempo e scoprire che Pollica non è la periferia di quelle conversazioni.

Può esserne uno dei laboratori.

Perché dal piccolo si possono osservare i sistemi nella loro interezza. E perché proprio nei luoghi più fragili possiamo sperimentare con maggiore urgenza nuovi modi di abitare, produrre, educare, prenderci cura e stare insieme.

Il futuro non sarà deciso soltanto da quante persone riusciremo a proteggere quando saranno costrette a partire.

Sarà deciso anche da quanti luoghi saremo capaci di rendere nuovamente abitabili, desiderabili, fertili.

Da quante comunità riusciremo a mettere nelle condizioni di scegliere.

Di partire. Di tornare. E, soprattutto, di restare.