Che cosa significa, oggi, prendersi cura?
È questa la domanda che mi sono portata a casa dopo l’incontro con Massimo Massetti, cardiochirurgo e direttore del Dipartimento di Scienze Cardiovascolari del Policlinico Gemelli, Alfonso Dell’Erario, giornalista e coautore di Sua Maestà il Cuore, Antonio Limone, Direttore Generale dell’ASL di Caserta, e Stefano Pisani, sindaco di Pollica, durante il terzo appuntamento di Pollica Incontra – Dialoghi per abitare il futuro.

Il titolo del libro sembra quasi ingannare il lettore. Si pensa a un saggio di cardiologia. In realtà, Sua Maestà il Cuore è un viaggio nella storia dell’uomo. È la storia del primo organo che si forma e dell’ultimo che si ferma, del muscolo più instancabile del nostro corpo e, allo stesso tempo, del simbolo più potente della nostra umanità. Una straordinaria macchina idraulica che, senza mai fermarsi, pompa ogni giorno migliaia di litri di sangue e scandisce il ritmo della nostra esistenza con oltre 100.000 battiti, ma anche il luogo in cui, da millenni, continuiamo a collocare l’amore, il coraggio, la paura, la felicità e la speranza. È il cuore che gli Egizi pesavano davanti alla dea Maat per misurare la rettitudine di una persona; il cuore che Aristotele riteneva la sede della vita, delle emozioni e persino del pensiero; il cuore che la poesia, la filosofia e le religioni hanno trasformato nel simbolo universale dei sentimenti. Ancora oggi diciamo “avere cuore”, “cuor di coraggio”, “parlare con il cuore”, “spezzare il cuore”, come se fosse lui, e non il cervello, a custodire ciò che ci rende profondamente umani.
Il viaggio proposto da Massimo Massetti e Alfonso Dell’Erario attraversa questa lunga storia e arriva fino alle straordinarie conquiste della cardiologia moderna, dove cuori possono essere riparati, sostituiti, trapiantati e sostenuti da tecnologie che fino a pochi decenni fa sembravano fantascienza. Ma proprio quando la medicina raggiunge i suoi risultati più sorprendenti, il libro ci riporta a una verità tanto semplice quanto rivoluzionaria: non basta saper curare un cuore malato, bisogna imparare a custodire un cuore sano.
E custodire il cuore significa molto più che controllare la pressione o il colesterolo. Significa scegliere ogni giorno uno stile di vita che lo protegga: alimentarsi bene, muoversi, dormire a sufficienza, imparare a gestire lo stress, rallentare quando tutto ci spinge a correre, coltivare relazioni autentiche e dedicare tempo a ciò che ci fa stare bene. Oggi la scienza conferma quello che l’intuizione umana aveva sempre saputo: essere innamorati fa bene al cuore, sentirsi parte di una comunità riduce la solitudine e protegge la salute cardiovascolare, vivere con serenità e mantenere relazioni significative diminuiscono il rischio di molte patologie. Il cuore è forse l’organo che più di ogni altro ci ricorda che nessuna vita è un fatto esclusivamente biologico. Vive dentro una persona, dentro una famiglia, dentro una comunità, dentro un ambiente e dentro uno stile di vita. Ed è forse questa la tesi più potente del libro: la medicina più efficace comincia molto prima dell’ospedale. Comincia nel modo in cui scegliamo di vivere. Perché prendersi cura del cuore significa, prima di tutto, imparare a prendersi cura della vita.
Ed è qui che il libro cambia prospettiva.
Perché non basta più imparare a curare un cuore malato. Dobbiamo imparare a custodire un cuore sano.
Sembra una differenza linguistica. In realtà è un cambio di paradigma.
Il professor Massetti lo ha sintetizzato con una frase che dovrebbe diventare una delle domande centrali del nostro tempo: «Il Servizio Sanitario è stato costruito per un mondo che non esiste più.»
Quando nacque il Servizio Sanitario Nazionale, nel 1978, l’Italia aveva un’aspettativa di vita di poco superiore ai 73 anni. Oggi supera gli 83. Abbiamo vinto una battaglia straordinaria contro molte malattie acute, ma stiamo vivendo una rivoluzione silenziosa: conviviamo sempre più a lungo con patologie croniche, fragilità multiple e bisogni che nessun reparto ospedaliero, da solo, può affrontare.
Per questo la vera innovazione non sarà soltanto l’intelligenza artificiale, la chirurgia robotica o la medicina personalizzata. Sarà imparare a spostare il baricentro della sanità dalla malattia alla persona.
Non è una differenza semantica.
È una rivoluzione culturale.
In fondo, io questa medicina l’ho conosciuta molto prima di impararne il nome.
Sono cresciuta in una famiglia di medici. Mio papà, mia mamma, i miei nonni, i miei suoceri. Ho visto la medicina vissuta non come un mestiere, ma come una vocazione. Ricordo le telefonate nel cuore della notte, le guardie a Natale, le visite fatte anche quando l’ambulatorio era già chiuso. Ricordo soprattutto il tempo dedicato ad ascoltare prima ancora che a prescrivere, perché il rapporto di fiducia veniva sempre prima della diagnosi. Alcuni pazienti, con gli anni, diventavano quasi parte della famiglia. Si conoscevano le loro storie, si seguivano i figli che diventavano genitori, si condividevano le preoccupazioni e le gioie. Si cresceva insieme, ci si accompagnava nei momenti difficili e in quelli felici. La medicina, prima ancora di essere una scienza, era una relazione umana. C’era un’idea di cura che non coincideva con la prestazione sanitaria, ma con una responsabilità reciproca, con la presenza, con la dedizione. Era una missione di vita.
Forse è anche per questo che, per me, Pollica non è mai stata semplicemente un luogo. È diventata il laboratorio in cui, ogni giorno, provo a trasformare un’idea in una pratica concreta: quella della cura. Una cura che non coincide con la medicina, ma la precede. Comincia nel modo in cui educhiamo i bambini, coltiviamo la terra, costruiamo relazioni, custodiamo il paesaggio e ci prendiamo tempo gli uni per gli altri. Comincia dalla possibilità di invecchiare senza sentirsi soli, dalla capacità di una comunità di accorgersi di una fragilità prima ancora che diventi una malattia, dalla consapevolezza che il benessere delle persone e quello del territorio sono inseparabili. Perché una comunità che si prende cura della propria terra finisce, inevitabilmente, per prendersi cura anche delle persone che la abitano. È questa, forse, la lezione più profonda della Dieta Mediterranea: la salute non comincia negli ospedali. Comincia molto prima. Nella vita quotidiana, nelle relazioni, nella cultura della cura. Perché esiste una cura che precede la medicina. Ed è forse proprio lì che nasce la salute.
È questa, in fondo, la lezione più profonda della Dieta Mediterranea.
Per settant’anni abbiamo raccontato al mondo che cosa mangiavano i centenari del Cilento. Forse oggi dovremmo raccontare soprattutto come vivevano. Perché Ancel Keys non è venuto qui per studiare una dieta. È venuto a osservare una comunità. E ha scoperto che la longevità non nasceva soltanto dall’olio extravergine d’oliva, dai legumi o dal pesce azzurro, ma da un equilibrio molto più complesso fatto di convivialità, movimento quotidiano, relazioni sociali, lavoro, paesaggio e senso di appartenenza.
Non è un caso che, prima dell’incontro, Massetti e Dell’Errario abbiano voluto visitare il Museo Vivente della Dieta Mediterranea, oggi Presidio del Ministero della Salute per i Sani Stili di Vita, riconosciuto dal Ministro Orazio Schillaci in occasione della prima Giornata Nazionale del Made in Italy. Un luogo che celebra i settant’anni di ricerca scientifica iniziata nel Cilento e che oggi rappresenta uno dei pochi spazi in cui la salute viene raccontata come patrimonio culturale prima ancora che sanitario.
Anche Antonio Limone, Direttore Generale dell’ASL di Caserta, ha insistito su questo punto, spostando però l’attenzione sul governo della sanità. «Per troppo tempo abbiamo misurato il sistema sanitario contando le prestazioni. Oggi dovremmo cominciare a misurare gli esiti.» È una frase che sembra tecnica, ma cambia completamente la prospettiva. Significa chiedersi non quanti esami abbiamo fatto, ma quante persone siamo riusciti a mantenere in salute. Significa riconoscere che ambiente, alimentazione, prevenzione e salute non appartengono a politiche diverse, ma sono parti dello stesso ecosistema. In questo senso la Dieta Mediterranea smette di essere un elenco di alimenti e torna a essere ciò che Ancel Keys aveva intuito osservando il Cilento: un modo di vivere capace di generare salute.
Su questo terreno si inserisce anche la riflessione di Stefano Pisani, sindaco di Pollica, che da anni cerca di trasformare questa intuizione in politiche pubbliche. Mi ha colpito quando ha detto che «le Case della Comunità non sono un edificio da riempire, ma una visione da costruire». È un’immagine potente. Perché il rischio è pensare che bastino nuovi muri per cambiare la sanità. In realtà la domanda è molto più difficile: cosa succederà dentro quei muri? Chi accompagnerà le persone? Come costruire una medicina capace di intercettare il bisogno prima che diventi un’emergenza? Come evitare che l’ospedale resti l’unica risposta possibile? È la stessa logica che guida Pollica da anni: investire nella salute molto prima della malattia, facendo della qualità dell’ambiente, dell’educazione, della cultura e delle relazioni una vera infrastruttura di benessere.
Ed è forse proprio qui che la conversazione si è fatta più interessante. Perché sul palco non c’erano soltanto un cardiochirurgo, un manager della sanità e un sindaco. C’erano tre prospettive diverse che, sorprendentemente, stavano dicendo la stessa cosa: la medicina del futuro non si giocherà soltanto negli ospedali, ma nella capacità dei territori di costruire comunità più sane.
È anche la visione che anima la Fondazione Dignitas Curae, promossa da Massetti insieme ad Alfonso Dell’Erario. Il loro Manifesto per la Sanità del Futuro propone una medicina che rimette al centro la dignità della persona, ricompone la frammentazione delle specializzazioni e ricostruisce un’alleanza tra ospedale, territorio e comunità. Una medicina che torna ad assomigliare alla sua etimologia: prendersi cura.
Forse è per questo che, a un certo punto della serata, mi è sembrato che il protagonista non fosse più il cuore.
Era la comunità.
Perché un cuore non batte mai da solo.
Ha bisogno di un organismo che funzioni.
E una persona non può essere davvero sana se vive in un ambiente malato, in una comunità frammentata o in un territorio che ha smesso di generare relazioni.
La vera infrastruttura della salute non è l’ospedale.
È la comunità.
Ed è forse questa la lezione più preziosa che porto a casa da Pollica, ogni volta che torno. Non perché questo piccolo borgo abbia trovato la formula magica della longevità, ma perché continua a ricordarci una verità che il progresso, a volte, ci fa dimenticare: la salute non nasce soltanto dalla medicina. Nasce dalla qualità delle relazioni, dalla fiducia, dalla cultura, dal paesaggio, dall’educazione, dalla capacità di una comunità di prendersi cura delle persone prima ancora che delle loro malattie.
In un tempo che investe miliardi per curare le patologie, forse la sfida più rivoluzionaria è tornare a investire nelle condizioni che permettono alle persone di non ammalarsi. La medicina del futuro sarà certamente più tecnologica. Ma, se vorrà essere davvero efficace, dovrà tornare a essere profondamente umana.
Perché la salute, prima ancora che una prestazione sanitaria, è una cultura.
E come tutte le culture, si coltiva. Ogni giorno. Insieme.