Riattivare lo sguardo

Come ogni estate, arriva agosto. E come ogni estate, insieme al frastuono del turismo, ai calendari pieni, ai tormentoni e alle piazze affollate, torna anche il bisogno di riprenderci spazi sani di pensiero. Spazi di comunità. Spazi di connessione.

È anche per questo che ogni estate invitiamo Franco Arminio a Pollica.

Quest’anno, però, abbiamo voluto che il suo arrivo coincidesse con la conclusione del Summer Camp dei bambini e dei ragazzi del paese, un mese di esplorazioni, umanità e immaginazione. Perché ci sembrava il modo più coerente per chiudere un percorso che, prima ancora di essere un campo estivo, è un allenamento al bello.

Viviamo immersi nelle immagini eppure facciamo sempre più fatica a vedere davvero. Consumiamo bellezza in continuazione, ma troppo spesso è una bellezza di superficie, progettata per attirare l’attenzione più che per generarla. Una bellezza che si misura in visualizzazioni, pur perdendo profondità.

Noi proviamo a fare l’esercizio opposto.

Provare a riconoscere ciò che di solito sfugge.

Allenare la creatività non come una performance, ma come una capacità di osservazione.

Porgere l’orecchio.

Fare spazio ai racconti.

Rallentare.

Riattivare lo sguardo.

Per questo, nel pomeriggio, Franco ha incontrato i bambini e i ragazzi. E la sera la piazza. In fondo, per me era un unico dialogo.

Perché quelle parole non appartengono a un’età. È un esercizio quotidiano per chiunque voglia abitare il presente senza subirlo.

Tra le tante cose che ci ha lasciato, continuo a pensare a due parole:

Intimità e distanza.

Franco me le ripete ogni volta che ci incontriamo. Per prendersi davvero cura di una comunità servono entrambe. Serve l’intimità, quella che crea fiducia, che permette alle persone di sentirsi viste, accolte, riconosciute, parte di un grande miracolo. Ma serve anche la distanza. Quella giusta. Quella che permette di mettere a fuoco, di vedere il sistema e la complessità nell’insieme, che porta contaminazione, che crea nuovi spazi, che non giudica, che non pretende di decidere chi debba essere.

È un equilibrio fragile. Difficile. Eppure è proprio lì che si gioca la qualità delle nostre relazioni e, forse, il futuro delle nostre comunità.

E poi a quella frase, semplice e rivoluzionaria:

“Si sta vicini per fare miracoli.

Non per replicare ciò che già c’è e ciò che già siamo.”

Forse dovrebbe essere questa la funzione delle comunità.

Non riprodurre il già noto. Non controllare. Non omologare.

Ma creare le condizioni perché ciascuno possa diventare qualcosa che ancora non immagina.

Per questo è stato così potente il momento in cui Franco ha invitato sul palco Francesca Ritrovato.

Con il teatro ci ha ricordato anche l’altra faccia della comunità.

Ha dato voce a una storia che, purtroppo, appartiene a molti. La storia di chi viene lentamente consumato dal peso del giudizio. Di chi vive in una comunità dove le parole diventano etichette, i pettegolezzi diventano sentenze e gli sguardi smettono di accogliere per cominciare a condannare. Un peso che può isolare, escludere, rompere gli equilibri più fragili, fino a trascinare una persona nella solitudine e, talvolta, nella follia.

Mi ha ricordato che una comunità non è buona per definizione.

Una comunità può essere cura, appartenenza, fiducia. Può tenerti in piedi quando vacilli.

Ma può anche trasformarsi nel suo opposto. Può alimentare l’invidia cieca e ignorante, la cattiveria gratuita, il sospetto. Può diventare una macchina implacabile di esclusione, capace di decidere chi appartiene e chi no, chi merita ascolto e chi soltanto giudizio.

Ogni comunità, ogni giorno, sceglie da che parte stare.

Può ricucire oppure lacerare. Può generare fiducia oppure paura.

Può essere il luogo dove una persona ritrova sé stessa oppure quello in cui, lentamente, si perde.

E allora tornano ancora le parole di Franco.

Condannare gli scoraggiatori.

Lasciare andare il cinismo.

Ricucire le trame dell’umanità.

L’incontro con i bambini e i ragazzi si è concluso con la Lettera ai ragazzi del Sud.

Una lettera che continua a interrogarmi ogni volta che la riascolto.

“Siate dolci con i deboli, feroci con i potenti.

Uscite e ammirate i vostri paesaggi, prendetevi le albe, non solo il far tardi. (…)

Pensate che la vita è colossale.

Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio.”

Ripensandoci, forse è anche un po’ colpa di quella lettera se oggi Pollica è parte importante di me.

L’avevo letta molti anni fa. Mi aveva attraversata. Non conoscevo ancora Franco. Non immaginavo che un giorno queste terre sarebbero diventate le mie Terre Maestre, le mie Terre Future. Ma certe parole fanno questo: arrivano molto prima di noi. Lasciano una traccia. E poi, quasi senza accorgertene, ti ritrovi a viverle.

Mentre ascoltavo Franco, guardavo i bambini seduti in prima fila e pensavo che, forse, il nostro compito è proprio questo: fare in modo che certe parole arrivino a loro abbastanza presto da lasciare un segno. Prima che il cinismo diventi un’abitudine. Prima che il rumore copra l’ascolto. Prima che l’algoritmo sostituisca lo sguardo.

Perché educare, in fondo, non è riempire le teste. È allenare una postura. È insegnare a porgere l’orecchio, a riattivare lo sguardo, ad avere il coraggio di lasciarsi toccare dalla bellezza e dal dolore, senza smettere di immaginare.

È forse questo il significato più profondo di quel suo invito a essere

“i ragazzi e le ragazze del prodigio”.

Non ragazzi straordinari.

Ma ragazzi capaci di riconoscere lo straordinario nell’ordinario. Di fare della cura una forma di coraggio. Di scegliere la comunità invece del giudizio. Di credere che la vita, nonostante tutto, sia davvero colossale.