Alla Venice Climate Week scienziati, città ed Europa hanno riconosciuto che, nell’era della Global Water Bankruptcy, l’acqua non è più un tema tra gli altri ma il vero spartiacque del nostro futuro: da qui nasce la sfida delle Blue Communities.
Da qualche mese, nelle stanze dell’ONU gira un’espressione che non lascia scampo: “Global Water Bankruptcy”. Non è l’ennesimo allarme ambientale, è una diagnosi: abbiamo vissuto oltre i nostri mezzi idrologici, svuotando fiumi, falde, ghiacciai e zone umide come se fossero conti correnti infiniti.
Ecco perché alla Venice Climate Week, per intuizione ostinata di Riccardo Luna, abbiamo deciso di concentrare ogni energia su un grande tema: l’era della bancarotta idrica. Non un panel tra gli altri, ma la cornice che ridisegna tutto il resto: clima, cibo, energia, città, pace.
Nel nuovo rapporto delle Nazioni Unite guidato da Kaveh Madani, la parola “crisi idrica” è quasi bandita. La crisi presuppone un ritorno alla normalità; il problema è che in mezzo mondo quella normalità non esiste più. Il report definisce la “Global Water Bankruptcy” come la condizione in cui, per anni, abbiamo prelevato e inquinato più acqua di quanta il ciclo idrologico e le riserve naturali potessero rigenerare, danneggiando in modo irreversibile fiumi, laghi, falde, suoli, zone umide e ghiacciai.
In troppi bacini abbiamo bruciato sia il reddito che il capitale naturale: falde che affondano, città che sprofondano, laghi che spariscono, delta che si salinizzano. Più di metà dei grandi laghi del pianeta ha perso acqua dagli anni Novanta e quasi tre quarti della popolazione mondiale vive in Paesi insicuri dal punto di vista idrico. Non è più gestione dell’emergenza: è amministrazione controllata di un sistema in default.
Se c’è un posto che non può permettersi di raccontarsi favole sull’acqua, è Venezia. Qui la crisi non è un grafico, ma l’alta marea che entra in casa, la subsidenza che piega le fondamenta, la laguna che cambia volto giorno dopo giorno. Ma Venezia ha un vantaggio: è seduta sopra il problema e dentro un laboratorio scientifico sperimentale naturale.
In questa città persino le “banalità” della vita quotidiana raccontano la complessità dell’acqua: il sistema idrico per la prevenzione degli incendi, per esempio, non può usare l’acqua di mare, perché in pochi anni corroderebbe un patrimonio artistico e architettonico di incommensurabile valore. Ogni idrante è una metafora vivente: qui, gestire il rischio significa proteggere al contempo la sicurezza delle persone e la bellezza fragile che ci circonda. Venezia vive in equilibrio costante tra vulnerabilità e protezione, tra pericolo e cura, tra fragilità e resilienza, e proprio per questo è il luogo giusto per imparare a governare l’era della bancarotta idrica senza sacrificare l’eredità che abbiamo ricevuto.

Tante le voci dei più importanti scienziati che in questi giorni hanno fatto di Venezia una capitale mondiale dell’acqua. Tra loro, i padroni di casa dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, con Andrea Rinaldo – primo italiano a vincere lo Stockholm Water Prize, il ‘Nobel dell’acqua’ – che con i suoi studi sulle reti fluviali ha dimostrato che l’idrologia è davvero la trama della vita. Alla Venice Climate Week, immaginando Venezia nel 2100, il suo sguardo ha ribaltato la prospettiva: vivere in un paesaggio fragile non è una condanna, è un corso accelerato di futuro.
Kaveh Madani, oggi direttore dell’UNU‑INWEH, alla Venice Climate Week ha portato sul palco il nuovo vocabolario dell’Antropocene idrico. Nel suo schema, tre parole cambiano la politica: stress, crisi, bancarotta. Lo stress è pressione alta ma reversibile; la crisi è l’evento acuto, la siccità estrema o l’alluvione; la bancarotta è il dopo, quando scopri che non esiste più un “prima” a cui tornare. Madani chiede ai governi di smettere di spendere miliardi per riportare il sistema a un’epoca idrica che non c’è più e iniziare a gestire la bancarotta: proteggere ciò che resta del capitale naturale, ridurre e riallocare la domanda, cambiare modelli agricoli e industriali, garantire transizioni giuste per chi oggi vive di un’acqua che domani non ci sarà più. È, in fondo, una grande ristrutturazione del debito idrico globale.

L’intuizione di Riccardo Luna è stata semplice e radicale: fare di Venezia la lente attraverso cui leggere tutto questo. Con una leadership determinata e gentile, capace di trasformare un’intuizione in un progetto collettivo, e con il suo stile inconfondibile – dall’esercito dei Digital Champion alle maratone eroiche, fino alla candidatura al Nobel per Internet – Riccardo Luna ha sempre saputo intercettare le fratture del sistema e le emergenze culturali. Anche questa volta ci ha guidati, e insieme a tanti abbiamo trasformato una settimana di eventi in un grande laboratorio politico e culturale. Non un convegno, ma un dispositivo vivo in cui l’acqua diventa infrastruttura della stabilità finanziaria, variabile critica per l’energia e il cibo, nuova grammatica delle città, strumento educativo per le nuove generazioni. Dal Water Bankruptcy report con Madani al dialogo con Jeremy Rifkin sulla “Water Declaration”, fino ai sindaci e alle reti come C40 impegnati sulle “water cities”, la settimana ha messo in scena una democrazia idrica in azione.

Su questo palcoscenico è arrivata anche l’Europa, che ha appena varato la nuova Water Directive 2026/805 irrigidendo le regole su qualità e protezione delle acque per rendere il continente più resiliente alla scarsità e all’inquinamento, rafforzando gli obiettivi di “zero pollution” e di resilienza idrica. La partecipazione attiva di Jessika Roswall, Commissaria per l’Ambiente, la Resilienza Idrica e l’Economia Circolare, alla Fondazione Cini ha dato un forte segnale politico:
“L’acqua deve diventare uno dei grandi assi strategici dell’Unione, perché è lì che il cambiamento climatico diventa concreto”.
Nella sua visione, la Strategia europea per la Resilienza Idrica è la road map per ripristinare il ciclo dell’acqua, costruire una “water‑smart economy” e garantire l’accesso sicuro all’acqua e ai servizi igienici per tutti. La sua presenza a Venezia – l’ascolto dei sindaci, degli scienziati, dei giovani – ha riconosciuto alla Venice Climate Week un ruolo preciso: laboratorio politico per un futuro “Blue Deal” europeo, a cui si collega direttamente la nostra proposta delle Blue Communities, la rete di città e territori che può trasformare questi obiettivi in azioni concrete.

Dal lavoro di questi giorni nasce la proposta di una Task Force che metta in rete grandi città e territori costieri, isole, aree rurali, bioregioni: le prime portano scala e investimenti, le seconde prototipano soluzioni integrate su acqua, cibo, energia, cultura. L’obiettivo è costruire un’ossatura europea di comunità blu, con dieci territori pilota nel Mediterraneo gemellati con dieci aree del Sud globale, veri e propri corridoi di resilienza dedicati all’innovazione, allo scambio di competenze e allo sviluppo rigenerativo.
Perché la bancarotta idrica ci dice che il vecchio mondo è finito; le Blue Communities provano a scrivere il primo capitolo del mondo nuovo. Su un Pianeta Acqua, non abbiamo bisogno solo di più dighe o più tubi, ma di più comunità capaci di vivere bene dentro i limiti dell’acqua. Venezia, ancora una volta, ha scelto di stare in prima linea.