Pollica, le “cape toste” e un White Paper che ci dice che la cultura è infrastruttura

C’è un passaggio del nuovo White Paper “Innovazione & Turismo 2026” di Repower che mi ha colpita più di altri:

“Il territorio non è una risorsa da sfruttare, ma un organismo vivente da custodire, rigenerare e trasmettere alle generazioni future”.

Non è uno slogan poetico, è una frase dentro un rapporto che misura flussi, analizza politiche, confronta casi studio, prova a capire come il turismo possa diventare davvero una leva di sviluppo e non una forma di consumo accelerato dei luoghi.     

Quel passaggio, però, per me non è solo un’idea astratta. È la sintesi di ciò che, da anni, vivo quotidianamente a Pollica.

Il White Paper: quando i numeri danno ragione ai territori ostinati

Il rapporto Repower nasce da un lavoro corale, che ha messo attorno allo stesso tavolo esperti di intelligenza artificiale, infrastrutture, turismo, cultura e rigenerazione. La sua tesi di fondo è chiara: la cultura non è un settore accessorio né un “contenuto” da utilizzare per attrarre visitatori, ma una componente strutturale dei processi di sviluppo territoriale.     

I dati lo confermano. Il White Paper ricorda che il 61,8% delle presenze turistiche italiane si concentra in comuni con vocazione culturale, storica, artistica o paesaggistica: quasi due presenze su tre. Significa che, molto spesso, la ragione del viaggio non è il “pacchetto turistico”, ma un ecosistema culturale vivo. E che ridurre la cultura a scenografia per Instagram non è solo sbagliato sul piano etico: è miope sul piano economico.     

Nel capitolo su “Cultura e rigenerazione” il report è netto: la cultura non può essere piegata alle esigenze del turismo senza snaturarsi e produrre squilibri; funziona quando resta un presente attivo, generativo di nuovi linguaggi, pratiche sociali, reti, opportunità di lavoro. E quando le comunità partecipano in prima persona alla sua cura, a partire da educazione, scuola, istituzioni culturali, fondazioni, teatri, biblioteche, luoghi ibridi.     

Pollica nel White Paper: da borgo mediterraneo a laboratorio globale

Dentro questa cornice, Pollica è raccontata come un case study: “Da borgo mediterraneo a laboratorio globale di ecologia integrale”. Il rapporto riconosce che, qui, un’amministrazione piccola ha scelto di guidare il territorio con una visione sistemica e una forte coerenza tra politiche pubbliche, cultura e sviluppo locale.     

Non si parla di tramonti o di “borghi instagrammabili”. Si parla di un percorso che dalle radici della Magna Grecia arriva alla codifica scientifica della Dieta Mediterranea, e da lì alla nascita del Paideia Campus, a un Piano Urbanistico Comunale fondato sul concetto di “Food Scape”, alla costruzione di un ecosistema che mette in relazione agricoltura, paesaggio, formazione, ricerca e welfare di comunità.     

Nelle Take Away del case study, Repower sintetizza tre messaggi che valgono ben oltre Pollica:  

  1. Il turismo non è consumo stagionale ma esperienza lenta, educativa e generativa di relazioni.  
  2. La cultura non è un evento o un accessorio, ma un’infrastruttura permanente capace di nutrire comunità, salute e longevità ecosistemica.  
  3. Il territorio non è una risorsa da sfruttare, ma un organismo vivente da custodire e rigenerare.     

Leggerle nero su bianco in un White Paper mi ha fatto pensare a quanti anni di esperimenti, errori, prototipi e critiche ci sono voluti perché questa visione venisse considerata “modello replicabile per le aree interne italiane”.     

Dalla teoria alla vita vissuta: cosa significa abitare un prototipo

Nei report, le storie vengono per forza semplificate. Nella realtà, la trasformazione di un territorio è molto meno lineare.  

Ci sono i pionieri e le “cape toste”, come le chiamo da sempre: persone che decidono di vedere un po’ più in là, quando nulla è ancora chiaro, approvato, comodo. Persone che pagano il prezzo del prototipo, dell’errore, dell’intuizione che all’inizio sembra assurda. È un privilegio, ma è anche un peso enorme.  

Pollica, in questo senso, non è un “caso di studio” astratto: è una comunità di persone che hanno accettato quel peso, a partire dai suoi sindaci visionari che, ben prima che diventasse di moda, hanno collegato mare, terra, salute, comunità e governance territoriale. È il luogo in cui Ancel Keys ha scelto di vivere quando parlare di Dieta Mediterranea non era ancora trendy. È la rete di tavolate che tenevano insieme generazioni quando la convivialità non si chiamava ancora “social table” o “community experience”. Tutto questo, oggi, è linguaggio di marketing globale; qui, era normale vita quotidiana.  

Il White Paper coglie un punto cruciale quando nota che la cultura può orientare il turismo solo se è praticata e riconosciuta dalla comunità, e se trova una visione istituzionale capace di sostenerla nel tempo. Questo, per me, significa una cosa concreta: mettere educazione, ricerca, agricoltura, comunità e benessere territoriale al centro delle politiche, prima ancora che delle strategie di promozione.     

C’è chi nasce con il dovere di esplorare e paga il prezzo del prototipo, dell’errore, dell’intuizione che all’inizio sembra assurda. Le chiamo da sempre cape toste. È da questa consapevolezza che, insieme ad altri compagni di viaggio, è nata anche MISTAKE Academy: uno spazio educativo che fa dell’errore non una colpa, ma un metodo, e che prepara una generazione capace di abitare l’incertezza, sperimentare e rigenerare invece di limitarsi a conservare.

Arte, creatività e “infrastrutture leggere” di sviluppo

Se guardiamo il rapporto con attenzione, vediamo che l’arte e la creatività entrano non solo come estetica, ma come infrastrutture leggere che trasformano i territori. L’esperienza dei Quartieri Spagnoli con FOQUS, ad esempio, mostra come un’iniziativa culturale possa diventare un dispositivo di rigenerazione urbana, ma anche di analisi: un sistema che raccoglie dati sui flussi turistici, sull’uso degli spazi, sulla nascita di nuove attività economiche, per distinguere tra crescita spontanea e crescita governata.     

In questi anni abbiamo sperimentato questo approccio anche con “Un Mondo É Possibile”, la residenza che ha portato al Paideia Campus più di ottanta tra studenti, ricercatori e artisti dell’Accademia di Belle Arti di Napoli e dell’Università Federico II. Non sono arrivati come turisti, ma come abitanti temporanei: hanno lavorato negli orti, ascoltato la comunità, trasformato il castello e le piazze in un laboratorio diffuso di ricerca artistica e scientifica, dove la comunità non è spettatrice ma co‑autrice del cambiamento. È un esempio concreto di come arte e scienza possano diventare strumenti di rigenerazione e non solo di racconto.

In altre pagine, il White Paper parla di progetti come *Rumors d’Ambiente*, che usano il podcast per ascoltare territori, persone, imprese e raccontare pratiche di sviluppo più consapevoli, creando un immaginario più profondo del turismo. Sono esempi che dimostrano come creatività e cultura possono diventare strumenti di governance, non solo di comunicazione.     

A Pollica questa dimensione creativa assume spesso la forma di processi: percorsi formativi, residenze, campus, programmi che intrecciano arte, cibo, scienza, artigianato, spiritualità laica, cura del paesaggio. Sono momenti in cui l’estetica non è fine a sé stessa, ma diventa un pretesto per costruire nuove relazioni, far dialogare generazioni, contaminare competenze. È questa trama che rende un territorio resiliente.

Un messaggio ai territori del Mediterraneo (e non solo)

In un tempo in cui molti luoghi rischiano di rincorrere un turismo veloce e consumistico, accettando la perdita di identità come effetto collaterale inevitabile, il White Paper Repower e le esperienze raccontate al suo interno ci dicono che esiste un’altra strada. Una strada più lenta, più profonda, più radicata, che parte dalle persone e può diventare un riferimento importante per tante aree interne del Mediterraneo.     

Non è una strada facile. Richiede governance integrata, capitale sociale, capacità di collaborazione tra amministrazioni, imprese, terzo settore, istituzioni culturali. Richiede di scommettere sulle infrastrutture invisibili: fiducia, cooperazione, reputazione condivisa, senso di appartenenza. Ma, se c’è una cosa che ho imparato a Pollica, è che il futuro passa quasi sempre dalle strade nuove che all’inizio sembrano scomode, strane, troppo avanti.     

Il White Paper ci offre strumenti, dati, argomenti per dimostrare che quelle strade non sono utopie romantiche, ma politiche pubbliche concrete. Sta a noi, territori e comunità, avere il coraggio di percorrerle fino in fondo.

In fondo, quello che il White Paper Repower ci suggerisce, e che esperienze come MISTAKE Academy e “Un Mondo É Possibile provano a praticare ogni giorno, è che un mondo possibile esiste già nei luoghi che scelgono chi vogliono essere: nei territori che passano dalla salvaguardia alla rigenerazione, dall’estrazione alla cura, dall’evento alla infrastruttura culturale.