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Inequivocabilmente responsabili

A valle del mese più caldo degli ultimi 2000 anni, è arrivato inesorabilmente il messaggio forte e chiaro dell’IPCC — Intergovernmental Panel on Climate Change che ancora una volta lancia un monito preoccupante all’umanità, «inequivocabilmente» responsabile per lo stato di salute del Pianeta. 

Alcuni effetti dei cambiamenti climatici ormai sono irreversibili e mai nella storia sono avanzati così velocemente, ma ciò non vuol dire che possiamo arrenderci, oggi necessario intervenire per mitigarne i disastrosi effetti.

Il livello dei mari sale a ritmo triplo rispetto al XX secolo e gli eventi meteorologici nei prossimi anni saranno sempre più estremi, incluse ondate di caldo, inondazioni e siccità più frequenti e intense. Il nostro debito con la Terra continua inesorabilmente ad aumentare, oggi servirebbero 1,7 pianeti per far fronte al nostro fabbisogno di risorse ed energia.

Già nel 2018 l’IPCC aveva avvertito che il mondo aveva solo fino al 2030 per impedire al pianeta di raggiungere la soglia cruciale di 1,5° gradi, ma (a meno che non ci siano riduzioni repentine, radicali, immediate, e su larga scala delle emissioni di gas serra) limitare l’innalzamento delle temperature alla soglia indicata sarà letteralmente impossibile.

C’è una buona notizia. Il processo potrebbe rallentare e persino arrestarsi, ma davanti a questi numeri e agli scenari quasi apocalittici che ci vengono prospettati ci si sente spesso impotenti.

Proprio ORA è il momento di agire, tutti, uniti al di là del colore politico, di ideologie, di provenienza geografica o ceto sociale, cittadini, istituzioni ed imprese, ma soprattutto “comunità”; ed è necessario innovare e invertire il paradigma di sviluppo. 

Cosa ha guidato i modelli di sviluppo fino ad oggi? Il profitto, non la generazione di prosperità per il “bene comune”. 

Tanto si è parlato di evoluzione, ma la crescita cieca della macchina della tecnologia e dell’innovazione fine a se stessa ha tragicamente lasciato indietro l’umanità. Oggi l’innovazione basata su modelli virtuosi, studiati dal “prosperity thinking”, che si ispirano al concetto di “ecologia integrale” o al modello delle B Corp, sperimentati da chi come noi crede in questa rivoluzione culturale prima ancora che ecologica, esistono e proprio da loro bisogna prendere esempio. Sempre oggi i veri innovatori sono coloro che hanno il coraggio di riprendere per i capelli antiche tradizioni e saperi, e le sanno riportare alla luce e farle vivere nel territorio dove si sono sviluppate, poiché in tali modelli sono racchiusi i semi di saggezza e prosperità, e ci sono arrivati dopo migliaia di anni di co-evoluzione con il territorio. La buona innovazione è quella capace di rigenerare ambiente e tessuto sociale, in egual modo, poiché da uno dipende l’altro. Come affermava Rattan Lal, “le persone sono l’immagine speculare del suolo su cui vivono. Quando il suolo è degradato le persone sono povere e malnutrite”. 

La rigenerazione dell’ambiente, infatti, non può e non deve essere disconnessa dalla rigenerazione del tessuto sociale. Il buon cibo, quello prodotto e consumato in modo etico, è in accordo con i principi dell’Ecologia Integrale:

  • ecologia economica – tiene conto di tutti i costi, compresi quelli ambientali e sociali, che non vengono mai calcolati nel cost breakdown di un prodotto industriale
  • ecologia sociale – è frutto della cooperazione, di sane relazioni tra esseri umani. «Ogni lesione della solidarietà e dell’amicizia civica provoca danni ambientali»
  • ecologia ambientale – segue i cicli naturali, la stagionalità e la sua produzione è in accordo con ciò che il territorio offre e ciò di cui il territorio ha bisogno
  • ecologia culturale – è frutto di tradizioni insite nel territorio di produzione. Convivio e “traditional ecological knowledge”, ovvero l’insieme di saperi locali che sono co-evoluti insieme al territorio, adattandosi e trovando una dimensione veramente sostenibile
  • ecologia umana – è buono anche per l’uomo, è denso di nutrienti (previene costi di gestione delle malattie alla società), ed è frutto dell’economia del dono.

Questa settimana, al Castello dei Principi Capano a Pollica, cuore pulsante del Paideia campus di Future Food con il progetto Trame Mediterranee in collaborazione con Rareche Mercato Rurale del Cilento ed il Centro Studi Dieta Mediterranea “Angelo Vassallo” è cominciato un nuovo viaggio alla scoperta delle storie di rara bellezza di agricoltori eroici, veri innovatori che si propongono di cambiare lo stato delle cose, rivoluzionari, custodi del Pianeta, testimoni e ambasciatori di quella vita mediterranea, unica al mondo, la cui storia tanto ci insegna, e dai cui valori dovremmo partire davvero per costruire un futuro per la salvezza della Terra.

Stiamo navigando a vista, circondati da un sistema malato, sconnesso, pieno di paradossi ed il vero centro nevralgico di questo sistema è quello alimentare. Il buon cibo, quello pulito e giusto, deve essere alla base della nostra esistenza. 

Il pianeta che abitiamo e che ha sostentato la vita umana per migliaia di anni ora è malato, e la causa siamo noi. Non lo siamo sempre stati, ma senza dubbio lo siamo diventati. Intorno a noi, sotto i nostri piedi, nei mari e negli oceani, anche dove l’uomo non può arrivare, la terra sta soffrendo.  Viviamo in un mondo che ha tolto gli animali dai pascoli e li ha confinati nelle stalle, per produrre più cibo a minor costo, ma poi ritrovarsi con liquami da smaltire e zone rurali che si inselvatichiscono e determinano frane, smottamenti ed allagamenti a valle, a seguito delle precipitazioni che si predice si faranno più sporadiche ma intense. Le api, che noi cerchiamo di proteggere con antiparassitari, sono in realtà decimate dall’uso di pesticidi e insetticidi, dall’erosione della biodiversità, dall’alterazione dei cicli naturali e da infinite altre ragioni, di cui noi siamo responsabili. 

E’ necessario adottare un approccio etico al sistema agroalimentare dal campo alla tavola: cura dell’ambiente, cura del prossimo, cura di sé, attenzione diffusa al paesaggio, alla tutela delle biodiversità e delle risorse naturali, della salute del suolo, cura del processo che dai raggi del sole, convertiti in biomassa attraverso la fotosintesi, attraverso le mani di chi lavora e nutre il suolo, porta i prodotti sino al piatto del consumatore. 

Per fare questo è necessario un’alleanza tra chi produce e chi consuma, basata sulla fiducia reciproca. La fiducia per chi sa dare valore in anticipo, producendo cibo ma allo stesso tempo prendendosi cura della natura, della biodiversità, del territorio, di antiche culture e tradizioni, e quindi della società. E la fiducia per un consumatore accorto che conosce chi sta dietro ai processi di produzione del cibo che nutrono l’uomo e curano il pianeta.

Ma non c’è più tempo. Il cambiamento deve avvenire rapidamente, e perché questo accada bisogna diffondere il verbo e condividere esperienze che facilitino il dialogo tra i produttori e la comunità, come sta avvenendo qui a Pollica, dalla terra (con le testimonianze di Rareche) fino al nostro convivio, che diventa il nuovo nodo di una rete che ha bisogno più che mai di luoghi di incontro, confronto e crescita comune. Una rete che deve avere uno sguardo globale, ma agire nel contesto localizzato dove opera.  Una rete che, come sta dimostrando Edmondo Soffritti, oggi è necessario nutrire con cura e dedizione. Una rete che esiste grazie alla perseveranza di chi, come Serena e Giuseppe Cilento con quarantacinque anni di cooperativa alle spalle, hanno dimostrato coi fatti che la cooperazione è un vero generatore di prosperità. Una rete fatta di premurosi custodi del creato come Dino Savelli, Salvatore Dentale o Pasquale Volpe che con le loro api – vere e proprie maestre di vita che agiscono in sincronia e sinergia con l’ambiente circostante, per cui non conta il singolo individuo, ma il ruolo che esso ricopre per la sopravvivenza della comunità – continuano ad offrirci spunti di riflessione e lezioni di vita. 

Come dice Mimmo De Martino “l’agricoltura non è una fabbrica, ma si ha a che fare con la vita”. E’ necessario lasciare da parte il nostro egocentrismo, e sviluppare una vera e propria visione ECO-centrica, che metta al centro non più l’uomo, come abbiamo saputo fare egregiamente negli ultimi 60 anni di evoluzione tecnologica, ma che supporti quelle relazioni virtuose che, in modo silenzioso ma efficace, hanno sempre mantenuto l’omeostasi e l’equilibrio degli ecosistemi naturali e umani.

E allora probabilmente ha proprio ragione il Poeta e Paesologo Franco Arminio.

Abbiamo bisogno di contadini, di poeti, di gente che sa fare il pane,

di gente che ama gli alberi e riconosce il vento.

Più che l’anno della crescita, ci vorrebbe l’anno dell’attenzione.

Attenzione a chi cade, attenzione al sole che nasce e che muore,

attenzione ai ragazzi che crescono,

attenzione anche a un semplice lampione,

a un muro scrostato.

Oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere,

significa rallentare più che accelerare,

significa dare valore al silenzio, al buio, alla luce,

alla fragilità, alla dolcezza.

L’approccio deve essere quello sistemico, cooperare è necessario e la parola chiave deve essere “rigenerazione”, per ritrovare la dimensione comunitaria della responsabilità, la dimensione relazionale della vita, la libertà ed il gusto per la bellezza.