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Accordo di Parigi. Ricordare, misurare, agire.

Sono trascorsi esattamente 5 anni dall’accordo che stabilito il quadro globale per evitare devastanti scenari dovuti ai cambiamenti climatici, limitando il riscaldamento globale al di sotto dei 2ºC e perseverando con ulteriori sforzi per limitarlo a 1,5ºC. 

Un momento da ricordare, sottolineando a gran voce l’urgenza di affrontare con azioni concrete e sistemiche la crisi climatica in atto. 

Qualche settimana fa, sottolineavo su Nova che abbiamo già registrato 5 anni di ritardo e che pertanto la “decade of action” che ci separa dal 2030, necessita di un’ulteriore, urgente, accelerazione.

Oggi quindi l’attenzione deve continuare a essere alta sugli sforzi che gli Stati firmatari dovranno mettere in campo per mantenere l’aumento della temperatura terrestre al di sotto del grado e mezzo. 

Un’attenzione che nel corso della storia è cresciuta diffondendo consapevolezza, se pensiamo all’istituzione della Giornata Mondiale della Terra negli anni ‘70 e a quanto è stato fatto dagli accordi di Rio de Janeiro del 1992 (COP1), che non aveva carattere vincolante, al Protocollo di Kyoto che ha invece imposto l’obbligo di riduzione delle emissioni ai Paesi più sviluppati, fino ad arrivare appunto alla COP21 a Parigi, vincolante e di portata globale. 

Lo Europe Sustainable Development Report 2020 inquadra questi sforzi nell’ambito della pandemia, che ha rappresentato una grave battuta d’arresto per lo sviluppo sostenibile in Europa e in tutto il mondo. Gli SDGs, si legge nel report, rappresentano il quadro su cui “ricostruire meglio” nel contesto economico post-COVID-19. La ripresa guidata dagli investimenti dovrebbe sostenere una ripresa sostenibile, inclusiva e resiliente da COVID-19 basata sul Green Deal Europeo. Oggi le sfide più urgenti riguardano alimentazione sostenibile e agricoltura, clima e biodiversità. Eppure in Europa i risultati più scarsi si sono registrati per quanto riguarda l’SDG 2 (Fame Zero), a causa di diete insostenibili, alti e crescenti tassi di obesità e di pratiche in agricoltura e negli allevamenti insostenibili. Lo stesso vale per l’SDG 12 (consumo e produzione responsabile), SDG 13 (Azione per il clima), SDG 14 (Vita sotto l’acqua) e SDG 15 (Vita sulla terra)

Vanno quindi rafforzate le competenze per portare innovazioni concrete capaci di accelerare la transizione necessaria e trasformate le catene di approvvigionamento insostenibili e le strategie commerciali dell’UE che compromettono le capacità dei paesi di raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo dettati dall’Agenda 2030 

In particolare, sono 6 le aree prioritarie su cui investire per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) in Europa:

  1. Istruzione, competenze e innovazione: garantire un’istruzione di alta qualità, compreso l’apprendimento permanente e le competenze digitali per tutti, e rafforzare l’innovazione nelle industrie strategiche europee.
  2. Energia sostenibile: promuovere l’efficienza energetica, raggiungere una produzione di energia a zero emissioni di carbonio, decarbonizzare l’industria e creare nuovi posti di lavoro. Un pilastro centrale del Green Deal si concentra su decarbonizzare la generazione e la trasmissione di energia, la mobilità, gli edifici e l’industria. La maggior parte della decarbonizzazione avverrà attraverso la combinazione di misure di efficienza energetica e l’elettrificazione di sorgenti puntiformi a zero emissioni di carbonio con l’utilizzo di reti intelligenti.
  3. Comunità sostenibili, mobilità e alloggi: rafforzare le città e le altre comunità promuovendo la mobilità sostenibile e intelligente, rinnovando gli alloggi, garantendo la sostenibilità e sostenendo nuovi posti di lavoro. Gli SDGs e gli obiettivi del Green Deal hanno una forte dimensione territoriale. Comunità in tutta Europa – siano esse grandi metropoli, città, piccoli paesi, aree interne o villaggi e insediamenti rurali – tutti devono diventare più vivibili e richiedono la mobilità sostenibile e l’edilizia abitativa.
  4. Produzione alimentare sostenibile, diete sane e protezione della biodiversità: Garantire la sostenibilità in agricoltura, promuovere diete e comportamenti più sani e proteggere e ripristinare la biodiversità e gli ecosistemi con redditi dignitosi per agricoltori e pescatori è fondamentale per le sfide che ci attendono, così come stabilito dalla strategia “Farm-to-Fork”.
  5. Economia pulita e circolare con zero inquinamento: arginare l’inquinamento, ridurre il materiale di consumo e ridurre al minimo l’impatto ambientale dell’industria europea. Il “piano d’azione per l’economia circolare” sottolinea la necessità di un’azione più rapida, con particolare attenzione alle principali catene di valore dei prodotti (elettronica e TIC; batterie e veicoli; imballaggi; materie plastiche; tessili; edilizia ed edifici; cibo, acqua e sostanze nutritive).
  6. La trasformazione digitale: Costruire infrastrutture digitali all’avanguardia, rafforzare l’innovazione, e proteggere i diritti dei cittadini ai loro dati e alla democrazia europea. Le aziende devono diventare leader nella rivoluzione digitale se si vuole che l’Europa mantenga il suo tenore di vita. Ciò richiederà notevoli investimenti nell’innovazione tecnologica e nel digitale.

L’accelerazione sugli SDGs quindi trova un alleato nel European Green Deal e soprattutto nel suo approccio sistemico ed olistico, basato sul concetto di innovability, ossia innovazione e sostenibilità. Ancora una volta i sistemi agroalimentari diventano cruciali per questa partita, che si potrà vincere solo se si smetterà di considerare il cibo come una commodity e alla stessa stregua di una qualsiasi merce che segue regole di mercato e si comincerà a considerarlo nella sua accezione più ampia, resa distintiva dai suoi tanti aspetti culturali, sociali, istituzionali legati alla diplomazia del cibo, geopolitici e soprattutto ambientali. Come scrive Maurizio Martina nel suo “Cibo Sovrano” abbiamo bisogno di maggiore cooperazione internazionale e di accordi multilaterali per gestire i sistemi agroalimentari, liberandoli dai loro paradossi e liberandoci dai loro impatti ambientali. In questo senso, non abbiamo bisogno di una ripartenza dopo il Covid, ma di una nuova partenza, che ci permetta di scrivere nuove premesse che sottendano la gestione di uno dei settori più complessi al mondo.  

Antonio Guterres, Segretario Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite lo ha detto chiaramente “l’umanità sta conducendo una guerra suicida contro la natura”. Sono 9 milioni le persone che ogni anno muoiono a causa dell’inquinamento dell’aria e dell’acqua, più di sei volte il numero totale della pandemia del coronavirus. 

Il peggior virus per la salute dell’uomo è quindi l’uomo.

Bisogna uscire dai circoli viziosi nei quali abbiamo costretto obsoleti modelli economici e di sviluppo, e riscriverli a partire dai principi degli obiettivi di sviluppo sostenibile e del Green New Deal

Tutto questo non è solo possibile, ma è anche l’unica opzione che ci resta e possiamo e dobbiamo farlo in fretta, avendo di fronte a noi alcune occasioni preziose che dobbiamo cogliere insieme: la presidenza italiana del G20 e il ruolo dell’Italia nella Pre Cop26 a Milano e nella COP26 a Glasgow