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Global Emergency: nutrire il Pianeta, anima e corpo.

L’emergenza più grande per l’umanità è l’”umanità”

Quali sono le emergenze che l’umanità sta affrontando? E come possiamo farvi fronte in maniera concreta, nell’attuale “decade of action” come quella che, ci ricorda l’ONU, stiamo vivendo? 

Con l’avvento della pandemia ci siamo tutti resi conto della fragilità nella quale viviamo: a partire da quella economica, ma che diventa poi anche sociale e psicologica. Prima del COVID-19, stavamo già assistendo a tassi record di ansia, in gran parte a causa del nostro rapporto con la tecnologia. Il prossimo mercoledì 17 marzo, Eve Turow Paul, Founder della Food For Climate League, autrice pluripremiata e leader riconosciuta a livello mondiale per i suoi studi che si focalizzano sull’intersezione tra l’era digitale, tendenze alimentari e  benessere, incontrerà Daniel Levitin, neuroscienziato e psicologo cognitivo, in occasione della rassegna Hungry Book Club del Future Food Institute per parlare del modo in cui la tecnologia ha guidato la nostra cultura ansiosa, passando in rassegna come questo si sia manifestato anche nello spazio alimentare, dove l’ansia si è espressa nelle richieste di trasparenza e nella popolarità delle diete restrittive. Il burnout e il superlavoro hanno spinto le vendite di snack e cibi pronti. In questi giorni, l’ansia, lo stress e la sopraffazione stanno influenzando il mercato degli integratori, l’interesse per gli alimenti che rafforzano il sistema immunitario, i comfort food e la richiesta sempre più forte di trasparenza. 

Questo tema è cruciale anche dal punto di vista sociale ed andando in profondità la domanda chiave è: qual è l’umanità che dovremo nutrire in modo sostenibile? Nell’era post pandemica, che tipo di Humana Communitas, come l’ha definita Papa Francesco, ci ritroveremo ad essere? 

La sofferenza della «sottoclasse proletaria digitale»

Per rispondere a questa domanda, citiamo Carolina Klint, risk management leader Continental Europe, Marsh McLennan, che sottolinea che “le imprese dovrebbero cominciare a riconoscere che i lavoratori sono esseri umani”. Oggi c’è un rischio sempre più concreto di creare una «sottoclasse proletaria digitale». La pandemia ha reso questo presupposto cruciale. Infatti, in un articolo sul World Economic Forum emerge che il fulcro della questione è proprio in nesso tra: divario digitale, erosione della coesione sociale e salute mentale. La Humana Communitas con cui faremo sempre più i conti avrà sempre di più problemi legati alla salute mentale. E’ questa l’eredità del 2020 con la quale dobbiamo fare i conti. E’ questa un’emergenza globale della quale dobbiamo tener conto in tutte le programmazioni legate anche ai sistemi produttivi. L’economia dei prossimi 5 anni sarà minacciata dalla disparità e frammentazione sociale e nei prossimi 10 anni dalla stabilità geopolitica. E’ quanto si legge nel Global Risks Report 2021 del World Economic Forum. E non c’è vaccino per questo problema. Così come non esiste un vaccino per il cambiamento climatico, scenario costante di una crisi sanitaria, economica, finanziaria, sociale e mentale che è destinato ad inasprire ed aggravare ulteriormente. In un’era in cui la coesione sociale è a rischio, si minano gravemente anche le basi della cooperazione internazionale, presupposto imprescindibile per affrontare le 4 emergenze individuate dal B20. 

La Humana Communitas che ci ritroviamo nell’era della post pandemia è formata, come ricorda Peter Giger, Group Chief Risk Officer di Zurich Insurance Group, anche da una «sottoclasse proletaria digitale», sulla quale è necessario agire rapidamente perchè venga azzerata. In quest’ottica è cruciale pensare anche ai giovani, molti dei quali stanno entrando nel mercato del lavoro quella che il WEF definisce “l’era glaciale dell’occupazione”, dove viviamo la stagnazione delle economie avanzate da una parte e la perdita di potenziale  dei mercati emergenti e in via di sviluppo dall’altra, nonché il collasso delle piccole imprese da una parte e l’allargamento del divario tra grandi e piccole imprese dall’altra, perdendo così il necessario dinamismo del mercato.

Torniamo a guardare i lavoratori come esseri umani feriti e provati dalle crisi che stiamo vivendo, la cui onda lunga sarà devastante. 

Già oggi, ci ricorda Nature, in Giappone stanno crescendo in maniera esponenziale i suicidi. Addirittura il tasso mensile dei suicidi è aumentato del 16% durante la seconda ondata del Covid-19. Un dato che ci restituisce il senso di disperazione che la società che sta vivendo e che non possiamo fingere di non vedere. Di questi, circa la metà, cioè il 49% sono bambini e adolescenti. Di nuovo sono giovani. Abbiamo la responsabilità di guardare alle ragioni di questo fenomeno preoccupante e trattarle per quello che sono: emergenze globali. Nature individua le cause nella paura, ansia, distanziamento fisico che aumentano il senso di solitudine e di nuovo portano all’aumentare di malattie mentali, che si unisce agli effetti sulla mancanza di sicurezza finanziaria e alla perdita del lavoro. Su quest’ultimo punto, in Italia è il Sole24Ore a lanciare l’allarme, evidenziando che il tasso di disoccupazione in Italia sta diminuendo e non perché i giovani o i “Neet” stiano trovando lavoro, ma perché sono talmente scoraggiati da non cercarlo neanche più.  E in questo contesto, il male più difficile da sradicare è proprio la depressione, che è in forte aumento. “Con il COVID – ha dichiarato Leonardo Mendolicchio, noto psichiatra, psicoanalista italiano e fondatore di “Food for Mind” e referente disturbi alimentari dell’Istituto Auxologico italiano – abbiamo potuto notare un incremento del 30% dei disturbi depressivi, di panico e disturbi del comportamento alimentare . La pandemia ha peggiorato la qualità della vita di tutti e nei soggetti fragili ha fatto emergere una sofferenza psichica che impegnerà noi terapeuti per i prossimi anni”. In questo contesto il cibo rappresenta una sorta di “autoterapia”, un barometro dell’umore.

La salute mentale è a rischio

Il suicidio, come quello a cui assistiamo in Giappone – è l’estrema conseguenza di una Humana Communitas stanca, sfibrata, la cui coesione è sempre più sfilacciata e compromessa. E’ lì che dobbiamo incidere e lavorare, come imprenditori, ma anche e soprattutto come esseri umani, perché la pandemia ci ha anche spogliato dei ruoli sociali granitici con cui abbiamo suddiviso e catalogato la società. La loro natura fittizia e convenzionale è crollata proprio con la pandemia in corso. E’ tempo quindi di riscriverli e riconsiderarli e di farlo in fretta e insieme. Del resto, sempre Nature ci ricorda che la crisi mentale non è solo una conseguenza sociale della pandemia, ma anche un effetto fisico di chi ha contratto il virus, che può registrare un declino cognitivo permanente. Lo racconta Sondra Crosby, medico presso il Boston Medical Center in Massachusetts, che ha contratto il virus. Sondra nei giorni del contagio nota di aver perso completamente la cognizione del tempo e di esser stata in stato confusionale per 5 giorni, incapace di ricordare le cose più semplici, come come accendere il telefono o indicare quale fosse il suo indirizzo. Il delirio, così lo definisce, che ha avuto è comune al 65% dei malati di Coronavirus, come si legge in uno studio di aprile 2020 pubblicato a Strasburgo e come dimostrano altri importanti studi (come quello dell’American College of Chest Physicians presso il Vanderbilt University Medical Center di Nashville, Tennessee). Questo tipo di delirio si sviluppa perché il cervello non è in grado di compensare l’alta situazione di stress a cui è sottoposto, come spiega il Prof. Tino Emanuele Poloni, neurologo della Fondazione Golgi Cenci fuori Milano. Biologicamente c’è uno squilibrio dei neurotrasmettitori – messaggeri chimici come la dopamina e l’acetilcolina.

L’emergenza in relazione alla salute mentale è quindi duplice, vale per tutti per le ragioni che abbiamo visto e vale, per ragioni diverse, per chi ha contratto il virus, per il 30% dei quali il delirio può innescare una spirale discendente per un periodo di mesi che porta a un profondo deterioramento cognitivo, anche a sintomi di demenza. Possiamo non tenerne conto quando parliamo di emergenze globali? Secondo noi, no. Dobbiamo assolutamente tenerne conto, perché l’umanità non sarà più la stessa dopo questa pandemia. 

Non è un Paese per vecchi?

L’Humana Communitas si è quindi ammalata, i giovani soprattutto sono in crisi e sono per altro sempre di meno. Infatti, ci ricorda un articolo del Financial Times, la società globale è sempre più vecchia, soprattutto proprio in Italia, che l’anno scorso ha registrato il più basso numero di nascite dal Risorgimento del diciannovesimo secolo, avendo circa un terzo della popolazione di oltre 60 anni, con tutto quello che comporta in termini di “sottoclasse proletaria digitale”. Dati per altro che la pandemia inasprirà ulteriormente, come spiega il Sole24Ore

Lo vediamo oggi anche nelle famiglie costrette alla didattica a distanza, quanto questa sottoclasse proletaria digitale stia pericolosamente aumentando. L’Economist ha approfondito questo tema sottolineando come negli Stati Uniti il divario tra classi sociali stia esponenzialmente aumentando che di nuovo proprio i giovanissimi e i bambini siano quelli che ne subiscono maggiormente le conseguenze. Cioè anche se i bambini hanno molte meno probabilità di morire di Covid-19, ne subiscono gli effetti devastanti causati dall’aumento della povertà e dalla perdita di lavoro in famiglia, nonché dalla interruzione della scuola. Gli analisti della McKinsey, nota società di consulenza, calcolano che se le scuole riprendessero l’insegnamento di persona nel gennaio 2021, lo studente medio soffrirebbe comunque sette mesi di perdita di apprendimento. Gli studenti di colore perderebbero ancora di più: dieci mesi. Gli studenti poveri rinuncerebbero a più di un anno intero. 

E il cibo? 

E’ questa la fotografia della Humana Communitas con cui anche le aziende dovranno fare i conti. Quella di un distanziamento non solo fisico causato dalla pandemia, ma soprattutto generazionale, sociale e di coesione, di una società malata, a livello individuale e collettivo. “Ci siamo illusi di rimanere sani in un Pianeta malato” ha detto il Papa durante la prima ondata di pandemia e l’onda lunga di questa malattia è l’emergenza globale più grave con cui fare i conti, per rispondere alla quale anche il cibo come medicina può e deve essere la soluzione chiave. 

L’umanità, infatti, come abbiamo visto, sta chiedendo aiuto e lo sta facendo attraverso segnali allarmanti e preoccupanti che non possiamo ignorare. Il cibo come medicina, il cibo come porta privilegiata per connetterci con la natura e con il Pianeta, il cibo come espressione della nostra emotività che riflette e dalla quale dipende. Ma il cibo è molto di più. E’ anche la diplomazia e la geopolitica che riguarda le politiche internazionali e nazionali agricole e agroalimentari. E con la Presidenza italiana del G20 questo punto diventa cruciale, in termini di necessaria cooperazione. Oggi abbiamo l’opportunità di costituire un’agenda unica per il cibo, capace di superare i pericolosi paradossi che attualmente vivono i sistemi agroalimentari.

 

– di Sara Roversi & Claudia Laricchia