Il cibo è tornato al centro della storia. Non come simbolo culturale, ma come infrastruttura critica. Non come un’abbondanza scontata, ma come una condizione da garantire.
Oggi, parlare di sicurezza alimentare significa parlare di sicurezza nazionale.
I numeri restituiscono con chiarezza la dimensione del problema. Secondo la FAO, oltre 730 milioni di persone soffrono la fame e più di 2,5 miliardi vivono in condizioni di vulnerabilità alimentare. Il Sustainable Development Goals Report 2025, pubblicato il 14 luglio 2025, conferma una regressione strutturale: lo SDG 2 “Fame Zero” è tra gli obiettivi più lontani dal raggiungimento, con oltre la metà dei target in stagnazione o peggioramento.
Non si tratta di una crisi di produzione.
È una crisi di sistema.
È in questa direzione che si muove anche la Global Roadmap della FAO, che individua nella trasformazione sistemica dei sistemi agroalimentari la chiave per integrare sicurezza alimentare, azione climatica e resilienza in un’unica agenda coerente.
Per la prima volta nella storia, l’umanità dispone delle capacità tecniche per nutrire tutti. Eppure, non ha mai avuto un sistema così fragile: efficiente ma non resiliente, produttivo ma non equo, globale ma profondamente disconnesso dai territori
È questa frattura che definisce la sfida contemporanea.
Dalla sicurezza degli alimenti all’accesso al cibo
Per anni, il dibattito europeo si è concentrato sulla sicurezza degli alimenti: qualità, standard igienico-sanitari, controlli. Un percorso che ha reso l’Europa uno dei sistemi più avanzati al mondo.
Ma oggi questo non è più sufficiente.
La questione si è spostata: dalla sicurezza del prodotto alla sicurezza dell’accesso. Non basta che il cibo sia sicuro. Deve essere disponibile, accessibile e continuo, anche in condizioni di crisi.
È qui che la sicurezza alimentare assume una dimensione sistemica.
Percezione del rischio e fragilità reale
Questa trasformazione è ormai evidente anche nella percezione pubblica.
Una ricerca condotta da Excellera Intelligence per Tetra Pak nel 2026 su quattro grandi Paesi europei evidenzia che una maggioranza significativa dei cittadini — circa il 64% — ritiene probabile una crisi alimentare nei prossimi tre-cinque anni. Tuttavia, quasi la metà della popolazione dichiara di non sentirsi preparata ad affrontarla, con livelli di incertezza ancora più elevati nel caso di crisi prolungate
Non si tratta di una percezione episodica. È il riflesso di una consapevolezza più strutturata: il sistema alimentare è esposto a rischi concreti, climatici, energetici, geopolitici e logistici, che possono comprometterne il funzionamento
E soprattutto, è ormai percepito come un sistema interdipendente.
Oltre l’85% degli europei riconosce che la sicurezza alimentare dipende dal funzionamento simultaneo di tutti gli attori della filiera, dalla produzione alla trasformazione, fino alla logistica e alla conservazione
È un passaggio culturale decisivo: la sicurezza alimentare non è più attribuita a un singolo settore, ma alla capacità del sistema nel suo insieme di funzionare in modo coordinato e continuo.
La filiera come infrastruttura strategica
Per lungo tempo, la sicurezza alimentare è stata associata alla produzione agricola.
Oggi questa visione è insufficiente.
La resilienza si costruisce lungo tutta la filiera: trasformazione, conservazione, logistica, distribuzione. È in questo spazio, spesso invisibile, che il cibo diventa davvero accessibile.
I dati lo confermano. Subito dopo la produzione primaria, trasporto, logistica e packaging sono percepiti come elementi cruciali per garantire la sicurezza alimentare quotidiana
In altre parole: senza capacità di proteggere, conservare e distribuire il cibo, la produzione perde valore.
In contesti di crisi, questo diventa ancora più evidente. La capacità di preservare il cibo è riconosciuta come il fattore che determina la differenza tra stabilità e crisi alimentare
È qui che il cosiddetto “middle” della filiera smette di essere una funzione tecnica e diventa un elemento di sicurezza.
Italia: una tradizione, una responsabilità
L’Italia si muove dentro questa trasformazione con una responsabilità particolare.
La sicurezza alimentare non è un tema nuovo nella nostra storia. Già nell’antica Roma, il Praefectus Annonae garantiva l’approvvigionamento di grano come funzione pubblica essenziale. Nutrire un popolo era un atto di governo.
Questa visione si è evoluta nel tempo in un modello che integra produzione, trasformazione e cultura, tra pratiche agricole, riti, gastronomia. La Dieta Mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio immateriale — ne è l’espressione più compiuta.
Il Made in Italy agroalimentare nasce da questa integrazione.
Ma oggi questo patrimonio deve essere reinterpretato. Non basta più eccellere nella qualità. Occorre garantire continuità, accesso e resilienza in un contesto globale instabile.
Sostenibilità: oltre la semplificazione
Il dibattito sulla sostenibilità richiede una revisione analitica.
Negli ultimi anni, il concetto è stato spesso ridotto a una dimensione ambientale o a metriche isolate. Tuttavia, i dati mostrano una visione più complessa: in contesti di crisi, la priorità attribuita alla sicurezza e alla conservazione del cibo supera quella esclusivamente ambientale
Questo non rappresenta un arretramento. Indica una maturazione.
La sostenibilità non è un equilibrio statico tra variabili. È la capacità di garantire nel tempo: accesso, sicurezza, continuità e equilibrio ambientale.
In altre parole, sostenibilità come tenuta del sistema.
Verso una nuova governance del cibo
Questa consapevolezza ha trovato una sintesi chiara anche nel recente confronto che ha riunito a Modena, presso il polo di innovazione di Tetra Pak, istituzioni, imprese ed esperti per discutere il tema “Made in Italy e resilienza: il ruolo della filiera agroalimentare nelle strategie di sicurezza nazionale”.
Il messaggio emerso è netto: la filiera agroalimentare, nella sua interezza, rappresenta un pilastro della sicurezza del Paese. Produzione agricola, trasformazione, conservazione, confezionamento e distribuzione non sono comparti distinti, ma componenti di un’unica infrastruttura, la cui resilienza dipende dalla solidità di ciascun anello.
Da questa lettura sistemica discendono anche indicazioni operative.
La prima riguarda l’introduzione di un Food Security Test nei processi legislativi europei: uno strumento volto a valutare preventivamente l’impatto delle politiche sulla resilienza delle filiere e sull’accesso al cibo, evitando effetti indesiderati.
La seconda è l’attivazione di stock strategici agroalimentari, non più come risposta emergenziale, ma come leva strutturale di prevenzione in un contesto segnato da crescente instabilità.
Sono segnali che segnalano un cambio di paradigma.
Dal primato dell’efficienza a quello della resilienza.
Da una logica di ottimizzazione a una logica di preparedness
La vera sfida
La questione centrale non è se il sistema alimentare sia in grado di produrre a sufficienza.
La vera domanda è un’altra: se sarà in grado di garantire accesso al cibo in un mondo sempre più instabile.
È su questo terreno che si misura la qualità della governance. Ed è su questo terreno che si gioca una parte crescente della sicurezza nazionale.
Perché il cibo non è solo una risorsa.
È una infrastruttura invisibile che tiene insieme economie, territori e società.
E oggi, più che mai, la sua tenuta coincide con la nostra.