Non è più (solo) una questione di longevità: è una questione di che tipo di vita, di quanta giustizia, di quale dignità vogliamo rendere possibile per tutti.
La salute, qui a Davos, non è più una voce di capitolo nei bilanci pubblici. È la faglia su cui si incrincano tutte le nostre crisi: clima, economia, demografia, tecnologia. È il punto in cui il futuro smette di essere una parola astratta e diventa un corpo che respira, o fatica a farlo.
La prima cosa che colpisce è questo: la crisi climatica è ormai raccontata come crisi sanitaria. Non più solo ghiacciai che si sciolgono, ma polmoni che si ammalano. Non più solo grafici sulle temperature, ma vite spezzate dalle ondate di calore, dall’aria irrespirabile, dal cibo che non arriva dove deve arrivare. Il confine planetario lo sentiamo sulla pelle prima che nei report delle banche centrali. E il costo dell’inazione si misura in malattie croniche, fragilità sociali, territori che si svuotano, molto prima che in punti di PIL.
C’è poi un cambio di paradigma che, almeno a parole, sembra irreversibile: la salute come nuova frontiera economica. Non il solito mantra sulla prevenzione “che farebbe risparmiare”, ma un’idea più radicale: investire in medicina territoriale, infrastrutture climate‑smart, tecnologie digitali, significa investire in produttività, stabilità, prosperità condivisa. Non è beneficenza, è strategia industriale. La salute entra nel vocabolario dei capitali come asset strategico, non come costo da comprimere a fine legge di bilancio.
Un altro segnale atteso da anni è l’attenzione alla salute delle donne. Qui a Davos si inizia a dire chiaramente che il gender health gap non è una nicchia per attiviste, ma una falla strutturale del sistema. Decenni di ricerca clinica pensata sul corpo maschile, diagnosi tardive, sintomi ignorati, farmaci testati su popolazioni non rappresentative: quando metà dell’umanità è curata peggio, tutto il sistema è più fragile. Famiglie, mercati del lavoro, intere economie poggiano su fondamenta instabili se la salute delle donne resta un “sottoinsieme” invece che una priorità progettuale.
Poi c’è il fronte più delicato: quello etico. Le conversazioni su embrioni, editing genetico, tecnologie riproduttive toccano un nervo scoperto. Non si parla più solo di cosa la scienza può fare, ma di cosa dovrebbe fare, e di chi ha il diritto di fissare il confine. Se possiamo intervenire sempre prima e sempre più in profondità sull’origine della vita, le domande di consenso, dignità, equità, giustizia tra generazioni non sono più un seminario di bioetica: sono la cornice politica delle prossime leggi, dei prossimi investimenti, dei prossimi brevetti. Senza una bussola etica condivisa, persino la scoperta più brillante rischia di diventare un moltiplicatore di disuguaglianze, o l’ennesima forma di mercificazione del corpo.
Sotto tutto questo scorre un cambiamento ancora più sottile, ma forse decisivo: il linguaggio. Non parliamo più solo di “pazienti”, ma di cittadini. Non di “costi sanitari”, ma di investimenti in capitale umano. Non solo di “gestione della malattia”, ma di rigenerazione dei territori, delle comunità, dei legami sociali. Le parole che scegliamo per descrivere il corpo, la cura, la vulnerabilità stanno ridisegnando ciò che consideriamo normale, accettabile, desiderabile. E saranno proprio queste narrazioni a orientare i flussi di capitale e le politiche dei prossimi dieci anni.
La cosa paradossale è che siamo solo al secondo giorno. E mentre Davos si prepara ad accogliere Donald Trump, la domanda è inevitabile: questo summit resterà un palcoscenico o queste riflessioni sapranno trasformarsi in un impegno unanime e concreto a mettere la salute – climatica, sociale, di genere ed etica – al centro del nostro futuro comune?