La Natura non ci appartiene

Dal centro di Bolzano c’è una bellissima funivia che salendo porta fino all’altopiano di Renon. Era una tersa giornata di giugno e con un gruppo di amici ci preparavamo per la nostra escursione verso il “corno” del Renon. Passando al di sopra di alcuni prati, un bambino, presente con noi nella cabina al seguito dei genitori, esclama ”Mamma guarda, una pecora!” Indicando però… una mucca.

La madre prontamente lo corregge “ma no amore, non vedi che è una mucca?”. Il piccolo, 8/10 anni circa, scruta l’animale con sguardo indagatorio.
“Mamma, ma non è una pecora quella li? Io dal vivo non l’ho mai vista”

Come siamo finiti così?

Il giornalista americano Richard Louv nel suo libro “Last Child in the Woods” coniò il celebre termine Nature Deficit Disorder, per dirla all’italiana è la sindrome del distacco dalla natura. Consiste nell’“insieme dei segnali che caratterizzano la condizione umana in assenza di contatto con la natura”.

La Natura è oggi diventata per noi una sorta di cartonato patinato, digitalizzato e virtualizzato, sempre più distante dalle nostre vite.
Tutti ne parlano, ognuno anela di stare sotto la frescura della canopia di un bosco in estate così come di poter salire all’alba verso una vetta per vedere gli animali selvatici.
Il mondo delle cose naturali ha assunto i connotati romantici ed ideali che in realtà poco si addicono alla Natura nella sua forma più autentica.

Il mondo selvaggio è spesso pericoloso, ingiusto, a volte mortale. Gli animali non sono “carini e coccolosi” come nei film, ma sono liberi e selvatici, rispondo solo ai loro istinti: non sono ne buoni ne cattivi – questa è una distinzione appartiene al giudizio umano – loro vivono e basta.

Con le nostre definizioni rigide e puriste, la verità è che stiamo rubando la natura ai nostri figli, la natura per come dovrebbe essere concepita e trattata.
Se un bambino che vive in una grande città oggi non ha nessuna possibilità di avere contatto con un animale comune quale una mucca, figuriamoci per ciò che è ritenuto selvaggio. Che reazione potrebbe avere?

Alcuni animali – selvatici – che sono nati e cresciuti in cattività quando vengono lasciati liberi di uscire in ambiente naturale non sanno che fare: stanno li, fermi fermi sulla soglia per diversi minuti, a volte ore, in attesa di superare una sorta di ostacolo invisibile.
Gli manca completamente lo schema, il pattern istintivo che gli permette di riacutizzare i sensi e tornare parte di questa grandissima armonia.
E se anche noi, per effetto della modernità, ci trovassimo in una gabbia invisibile? Pensate ai lockdown: per alcune persone è stata necessaria una pandemia e l’ordine di rimanere in casa per sentire la necessità di spendere più tempo all’aperto. Così come la paura di rimanere improvvisamente senza cibo ha spinto moltissimi a tollerare interminabili code ai supermercati, scanditi a tratti da veri e propri assalti, valorizzando improvvisamente quegli elementi – alimenti – essenziali che abbiamo da sempre dato per scontato. “Non di solo pane vivrà l’uomo” recita il Vangelo secondo Matteo. Forme di nutrimento imprescindibili, quelle del nutrimento fisico, emotivo, spirituale, naturale a cui dovremmo tornare per ambire ad una migliore qualità di vita.

E’ arrivato il momento di ri-educare alla natura e al contatto con essa come leva per assicurare benessere collettivo, fisico e mentale; ripristinare la bellezza, la gentilezza, il pensiero ecosistemico, l’intelligenza emotiva e una formazione valoriale, patrimonio ereditato dalle saggezze del passato, ma negligentemente trascurato.
Solo ritornando a conoscere da vicino la Natura dalla quale ci siamo progressivamente allontanati, sentiremo il desiderio di rispettarla, trovando un nuovo modo di far dialogare città e campagna, mondo urbano e mondo selvatico, facendo del bene a noi e all’ambiente. In fondo, l’ecologia è proprio questo: guardare alla realtà per com’è, capirne le connessioni, accettarne la complessità e impegnarsi affinchè ci sia armonia tra tutte le parti.
La natura è ovunque, è là fuori ma è anche dentro di noi. “Tutto ciò che può accadere a un giardino può accadere all’anima e alla psiche: troppa acqua, troppo poca, fastidio, calore, tempesta, inondazione, invasione, miracoli, morte, rinascita, grazia, fioritura, guarigione, bellezza”, scrive la psicologa Jungian Clarissa Pinkola Estes.

Proprio per questo Thalea e Future Food Institute stanno lavorando per facilitare il dialogo, accelerare la collaborazione collettiva e multilivello, ma soprattutto instillare quella consapevolezza necessaria per ambire ad un nutrimento completo, integrato ed integrale, in cui rigenerazione sociale ed ambientale possono essere misurati. Per riportare l’uomo all’interno dell’ecosistema naturale.

Perchè la Natura non appartiene a nessuno. E’ semplicemente di tutti.

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di Sara Roversi, Founder di Future Food Institute
e Andrea Bariselli, Founder di Thalea Project