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Maggio 2016. Tra Food ed Innovation, un mese da ricordare.

C’è un’opera di Gillian Wearing, eccezionale fotografa britannica, che credo racconti bene quel che sta accadendo nel mondo. Si chiama “Everything is connected in life…” e raffigura un faccione sorridente che regge un cartello: “Everything is connected in life the point is to know it and to understand it”, c’è scritto sopra. Gillian Wearing non è troppo famosa tra il grande pubblico, né lo sono le sue opere, eppure alcune vengono stampate su cartoline nel classico formato 21×10, e sono vendute nei grandi musei del mondo alle migliaia di turisti che ogni giorno ne visitano i gift shops, in cerca di succosi souvenir. La cartolina che sto guardando in questo momento, con sopra l’opera della Wearing, l’ho comprata alla Tate Modern di Londra. E’ un po’ sgualcita, perché la uso da segnalibro. Più la guardo e più penso a quanto sia vera la frase sul cartello. Tutto nella vita è connesso, tutto nel mondo, oggi più che mai, è legato dal filo dell’umanità che volteggia su se stessa, in cerca di spiegazioni, di risultati, di conferme. Più si va avanti e più risposte si trovano, più si va avanti e più domande si formulano. Oggi, inevitabilmente, si sono creati legami la cui esistenza, ieri, non avremmo mai potuto giustificare, né tanto meno concepire. Come quello tra food, innovation ed education, ad esempio: il mese appena trascorso me ne ha dato conferma. Maggio 2016 non lo dimenticheremo facilmente, coi suoi mille e più eventi ed avvenimenti a puntare il faro sul cibo come tema speciale, degno di nota, con tutte le sue inimmaginabili connessioni. Ma andiamo con ordine.

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Abbiamo dato il via a questa maratona, partendo da Bologna la nostra “city of food” nel cuore della Food Valley Italiana. Il mese è infatti cominciato con il “retreat” del Future Food Institute; per la prima volta abbiamo voluto riunire a Bologna i partner, gli amici ed i sostenitori di questo insolito e prezioso ecosistema. Esperti, food global leaders, imprenditori, professori che hanno condiviso con noi la nascita e l’evoluzione del progetto ed hanno generosamente partecipato a questo momento di confronto, scambio e co-progettazione. Niente stampa o riflettori, nessuna grandeur che di solito s’insegue in queste occasioni: soltanto la quiete di una vecchia serra ristrutturata in un parco pubblico e la riservatezza concessa dai pioppi di una villa adagiata sui colli. Quattro anni fa, tutto nacque al Food Hackathon di Tim West a San Francisco, dall’incontro con Rebecca Chesney dell’Institute For The Future di Palo Alto e da una chiacchierata illuminante con Michiel Bakker Global Leader di Google Food. In quel momento si è innescato l’effetto “palla di neve”: una vera ispirazione, che si è trasformata in intuizione, e poi in un’idea strutturata, e da lì in un progetto. Oggi, quel fiocco di neve si è evoluto nel Future Food Institute. Grazie a loro abbiamo cominciato a guardare il nostro paese con occhi nuovi, abbiamo cominciato ad avere il coraggio di pensare al nostro territorio, come un luogo dove non si parla solo di tradizioni ma dove l’innovazione è di casa. Certo, perchè proprio loro ci hanno insegnato che le tradizioni non sono altro che innovazioni di successo, e la nostra Italia, in fatto di cibo, è in continuo fermento. La “famiglia” negli anni si è ingrandita ed alla nostra “reunion” non potevano mancare alcuni pilastri del Food Innovation Program come Steven Gideon dalla Ryerson University di Toronto, Matthew Lange da UC Davis, il nuovo team della Summer School Mediterraneo (Daniela Baglieri dall’Università di Messina e Flavio Corpina), Ludovica Leone direttore dell’MBA Food&Wine di BBS, Simone Ferriani con cui è nata la collaborazione sul progetto Launch Pad; Andrea Segrè in rappresentanza di Caab e Fondazione Edmund Mach, il Ministro Martina e Simona Caselli Assessore all’Agricoltura della Regione Emilia Romagna che tanto si stanno spendendo su temi dell’innovazione e della sostenibilità nella filiera agroalimentare, Matteo Lepore assessore del capoluogo emiliano che con determinazione ha alimentato l’idea di “Bologna City of Food” con progetti concreti per la valorizzazione del territorio e di visione, e ancora gli amici di San Patrignano, Jamie Oliver Foundation, Fondazione Marino Golinelli, fondazioni che con il loro operato ci ispirano quotidianamente. Eravamo in settanta da US, Canada, Shanghai, Turchia, Belgio, Germania, Olanda, UK, Australia; accademici, politici, attivisti, manager, startupper, innovatori sociali e imprenditori insieme per parlare delle sfide che il settore del cibo ci pone, e ci porrà per l’avvenire.

Per inaugurare il weekend abbiamo organizzato un Food+Tech Meetup: il format, importato dagli Stati Uniti, creato da Danielle Gould, brillante imprenditrice americana, punto di riferimento per il movimento Food Tech. Un tema, tre stratup, ed una bella opportunità di networking tra esperti ed appassionati del settore in pieno “Silicon Valley style”. L’idea sottesa è quella d’intelaiare, tra i soggetti, una vera e propria rete, che ormai, l’abbiamo capito, è la struttura molecolare che l’evoluzione ha consegnato al frammento di storia che stiamo vivendo.

Future Food Ecosystem - Retreat 2016 Bologna
Future Food Ecosystem – Retreat 2016 Bologna

 

Ispirazione, connessioni, conoscenza, istruzione, scoperta. Rete. E’ difficile individuare una parola chiave per descrivere questo mese di foga, vissuto col fiatone dell’entusiasmo perennemente in gola. In calendario c’è stato anche Seeds&Chips, a Milano, la fiera delle food tech startup, con tanto di talk, pitch, meeting e forum, ma anche Cibus, a Parma: l’edizione di quest’anno è già stata battezzata dalle cronache come quella “dei record” (più di 3mila aziende ad esporre su 130mila metri quadri, 72mila visitatori, di cui 16 mila venuti dall’estero, 2.200 acquirenti). Numeri da capogiro! E poi il World Food Forum, che voglio riassumere con una frase rubata a uno speaker d’eccezione dell’evento: “If you give a man a fish, you feed him for a day. If you teach a man to fish, you feed him for a lifetime”. Bello vero? E’ un proverbio di origini incerte che mi piace tanto. Alcuni lo attribuiscono alla scrittrice inglese Thackeray Ritchie, altri a Mao Zedong. Addirittura c’è chi ne fa risalire le origini a un detto dei nativi americani. In realtà non è così importante scovarne la paternità (o maternità): la saggezza popolare è spesso senza nome. Se però qualcuno mi avesse chiesto, una decina di anni fa, di ipotizzare un personaggio e una situazione in cui si sarebbe potuto verosimilmente pronunciare una frase del genere, avrei risposto “un missionario che racconta le sue gesta in un libro”, oppure “un politico in campagna elettorale”. Di sicuro non mi sarebbe venuto in mente di dire “un alto dirigente del sito web più visitato al mondo a un meeting sull’alimentazione”. E’ tutto vero. Il 9 maggio Michiel Bakker, direttore di Google Food, è salito sul palco dello splendido Auditorium Paganini di Parma (disegnato tra l’altro da Renzo Piano, un altro che di “visioni” se ne intende) e, rivolgendosi alla platea del WFF, tra noti scienziati e grandi esperti internazionali di alimentazione, ha raccontato in che modo un colosso del digital come Google ha a che fare con il mondo del food. Perché mai, molti si chiederanno, un’impresa il cui nome è persino diventato un verbo in più di una lingua (cercate “googlare” sul sito della Treccani oppure “to google” sull’Oxford dictionary se non mi credete!) dovrebbe preoccuparsi di un tema apparentemente così lontano dalla sua essenza, tutta algoritmi e formule strane, come il cibo? Non c’è bisogno che mi sprechi in elogi sulla natura visionaria dell’azienda di Mountain View: se Google è oggi quel che conosciamo è perché i suoi fondatori sono riusciti a trasmettere a tutti i loro dipendenti una visione del mondo che gli offre un punto di vista privilegiato sul futuro. Il cibo, e gli impatti da esso generati, sono una delle grandi sfide della nostra epoca, e Google l’ha capito da tempo.

In questo momento storico è fondamentale che anche le imprese italiane del settore contribuiscano a diffondere la consapevolezza del valore che un tema come il cibo ricopre nelle nostre vite, specialmente in un paese come l’Italia, Food Valley per eccellenza a livello globale in cui innovazione e tradizione da sempre si fondono a rappresentare un unicum nel mondo. Un mondo, quello contemporaneo, interconnesso a livelli mai visti, dove “everything is connected in life”, per tornare all’opera di Gillian Wearing, “the point is to know it and to understand it”. “Understand” è una parola inglese che mi affascina, mi tocca da vicino: la traduzione letterale è “capire”, ovviamente, ma se la scomponiamo e ne indaghiamo l’etimologia vediamo che indica più precisamente lo “stare sotto”, ovvero trovarsi in una posizione dalla quale poter guardare con attenzione quel che succede, scrutarne i dettagli, conoscere a fondo la realtà delle cose: come quando si osserva il cielo e se ne studiano le costellazioni. Come imprenditrice, l’azione di capire quello che mi sta attorno è una delle mie prerogative. Devo “stare sotto” al cielo della realtà e soppesare diversi punti di vista riguardo agli eventi che mi circondano, che mi accadono attorno.

Ecco allora che un fatto epocale come quello di un’alleanza commerciale transatlantica in procinto di nascere (nome in codice TTIP) mi riguarda e ci riguarda tutti da vicino (il tutti ha anche una quantificazione precisa: 800 milioni di persone, tra USA e UE). Il 7 maggio, a Roma, una grande manifestazione di piazza ne ha voluto denunciare le storture, le possibili conseguenze nefaste, gli eventuali rischi che comporta. Specialmente per il mondo del cibo: gli organizzatori della manifestazione (tra gli altri Cgil, Fiom, Greenpeace, Movimenti Acqua e Legambiente) descrivono il TTIP come “una minaccia per la democrazia, la salute, la qualità dei prodotti e il made in Italy”. L’argomento è stato a più riprese affrontato anche dal Ministro dell’Agricoltura, Maurizio Martina, che in questo maggio di frenesia, che sembra quasi un ritorno allo spirito di Expo 2015, è intervenuto a molte iniziative legate al tema food, confermando la centralità del tema. “L’Italia non rinuncerà mai ai suoi standard di sicurezza alimentare per fare un accordo commerciale”, ha detto il ministro, e io sottoscrivo la sua battaglia. Un’armonizzazione delle norme e degli standard di produzione, nel settore sensibile del food, può avere ripercussioni positive se l’allargamento del commercio euro-americano dovesse avvenire in maniera ponderata e rispettosa delle diversità agroalimentari, ma anche ricadute negative nel caso in cui si limitasse a scoperchiare “gli spiriti animali” del mercato. Staremo a vedere, attenti e vigili su come si svilupperà la questione.

Last but not least (anzi!) il Food Revolution Day, che nella nostra agenda occupa un posto speciale, di quelli da cerchiare in rosso. L’intera essenza del Future Food Institute ruota attorno al sole dell’education, per noi vero elemento disruptive attraverso cui cambiare il food system così come lo conosciamo oggi. Il 20 maggio, in tutto il mondo, centinaia di persone, imprese, associazioni e trust come il nostro hanno raccolto la sfida di Jamie Oliver di provare a “rivoluzionare” il modo in cui insegniamo ai nostri figli ad approcciarsi al cibo, organizzando attività educative nelle scuole e non solo. Noi come ogni anno siamo andati al Kinder College, a Bologna, e per un giorno la mensa della scuola si è trasformata in una cucina multietnica in cui i giovanissimi “chef” si sono barcamenati tra pudding ai semi di Chia, sushi e “veggie healthy burger“. Il tutto perché crediamo che cibo faccia rima con salute e cultura e, come Jamie, crediamo che i bambini abbiano diritto al cibo sano, e che il cibo sano sia un argomento di cui valga la pena parlare, per cui valga la pena spendersi, proprio come ci si spende per un ideale. L’educazione, la conoscenza, per noi sono il vero trampolino del cambiamento, e in questa convinzione vogliamo coinvolgere sempre più ampi strali di popolazione: bambini, ragazzi, studenti, startupper, aspiranti imprenditori e pure quelli navigati, magari in cerca di una nuova bussola per orientarsi nel marasma del quotidiano. Educare per innovare, è questa la filosofia al cuore di tutto ciò che facciamo.

Ed ecco che noi “stiamo sotto” a tutti questi avvenimenti, cercando di capire, e abbiamo capito che in questo processo è fondamentale la partecipazione di più persone possibili. Per questo è importante tenere alta l’attenzione su questi temi e continuare a creare momenti di confronto, di contaminazione. Per questo maggio 2016 è stato un mese da ricordare, scrivendolo su un diario, incorniciando una pagina d’agenda o semplicemente marcandolo nella memoria con un’associazione visiva anche banale, quella con una cartolina comprata con noncuranza nel gift shop di un museo a Londra. Per questo dobbiamo rimanere convinti, come siamo ora, che insegnare a pescare sia un gesto ben più rivoluzionario che limitarsi a regalare un pesce.